lunedì 16 settembre 2013

Questo mestiere qua

(Si è un po' una sboronata 'sto post, ma è per fare capire come facciamo questo lavoro. O come dovremmo farlo)


Piove. Fuori dall'ambulatorio è l'una del mattino, dentro il tempo no ha significato: ci siamo io e il gatto. E non importa da quanto siamo lì. Importa che il gatto sta male. Molto male. E io ancora non so perché. Esco a fumare una sigaretta. Piove e non passa nessuno. Tutti ignari fortunati, rifugiati in qualche posto caldo, per lo più abbandonati a Morfeo. Dai tetti l'acqua che si raccoglie cade con ritmi diversi, scandendo un gran bell'assolo di batteria. Fumo, per allontanarmi dai funesti pensieri del tempo che fuori scorre e mi ricorda che il gatto è dentro ad aspettare. Fumo e ripenso. Ai sintomi, le informazioni che ho. Tante, per una volta. E contraddittorie come in poche occasioni. Perché non risponde alle terapie? È un'infezione, ci scommetterei. Allora perché gli antibiotici, le flebo, l'alimentazione forzata non riescono ad invertire il corso della malattia? 
Guardo la punta ardente della sigaretta: tra poco fine della tregua, dovrò tornare dentro, lasciando il tempo fuori a scorrere per gli altri. 
Infine mi decido e richiudo la porta alle mie spalle. Subito mi ritrovo nel mio mondo. Lo trovo ad aspettarmi come una macchina automatica: si riaccende docile alla mia presenza. Obbediente si srotola in un istante facendo bella mostra di macchinari e farmaci. E libri. Ne ho consultati almeno quattro nelle ultime ore. Tutti confermano i miei sospetti, ma nessuno riporta la ricetta della pozione magica che ci toglierà dai guai.   
Entro in degenza, a vedere il gatto che se ne sta sdraiato su un fianco, accenna appena a un ringhio quando apro la gabbia per fargli una carezza.  Al suo posto farei altrettanto. Se non peggio. In ogni caso lui ha il buon gusto di significarmi disappunto.
Ritorno sui libri e cerco di capire se ho altre scelte di farmaci: non voglio cambiare diagnosi, voglio capire perché non riesco a guarire la malattia, che so esserci. 
Tra un giorno, massimo due, avrò la conferma dal laboratorio (o sarò sconfessato, ma faccio finta che non sia possibile). Ma due giorni il gatto non sembra averli. 
Gli antibiotici ci sono, ad ampio spettro. Le terapie di supporto idem. 
Mi manca di provare l'acqua di Lourdes e poi le ho tentate davvero tutte. 
E l'omeopatia certo, ma mi rifugio nella scusa dell'ignoranza. 
Sono ancora lì con la mente che si dimena come un pazzo nella sua camicia quando succede qualcosa di strano. 
Come se uscisse da tutte le direzioni, un suono, prima dimesso, poi sempre più forte. È qualcosa di familiare ma non riesco a focalizzarlo sul momento. Mi circonda e continua a crescere di volume, fino ad invadere tutte il pezzo di mondo in cui sono. Fino a svegliarmi con la melodia di ogni mattino. 

Eccolo. Il mestiere. Avere paura come di un incubo: avere paura che sia reale.

martedì 18 dicembre 2012

Non c'è due....


Svelerò subito che questa storia ha un lieto fine. D'accordo la suspance, ma se non mi ripetessi che alla fine tutto si è concluso nel migliore dei modi, sarei a disagio a parlare di quanto avvenuto nei primi giorni dell'ultimo mese dell'ultimo anno.
Quanto segue non ha una reale spiegazione scientifica, quindi come già detto in passato, credetemi sulla parola: la realtà ha molta più fantasia della finzione.

Il caso: cane, tre mesi, maschietto, incrocio boxer con altro generico cane. Delizioso. Nonostante un nome neutrale (Boris), il cane che arrivò da me per la prima visita di routine un mercoledì, il lunedì successivo era in sala chirurgica per una calcolosi tra le più severe che abbia mai visto e, senz'altro, la prima che mi sia capitato di diagnosticare in un animale così giovane. Fin'ora.
Fatto sta che il cane viene sottoposto a chirurgia, una cistotomia per la precisione. E la ripresa è molto buona. La sera stessa, con due ore di anticipo sull'appuntamento, imploro i proprietari di venirselo a prendere, perché il mostrino, in grande spolvero, sta dando segni di impazienza...ed io con lui. Fin qui tutto bene. Quello che mi addolora raccontare è che la notte stessa io piccolo tornò, nuovamente ostruito da alcuni calcoli che avevamo visto radiograficamente nei reni e che avevamo deciso di non asportare per la invasività dell'intervento. Memo mentale: evitare di non seguire un protocollo alla lettera: nel nostro ambulatorio, le quattro volte che, a torto o ragione, abbiamo scelto la via più facile (in questo caso per il paziente), tutto il decorso ha scelto di seguire un cammino...terrificante.
Ma torniamo a Boris: sono le 22.30 e arriva il primo messaggio della proprietaria: "Dr, mi dispiace disturbare, ma Boris, dopo due belle pipì, ora tenta inutilmente d urinare, che facciamo?". Segue mia risposta: "nessun problema (scritto con la fronte imperlata di gelido sudore): è sicuramente l'infiammazione dei tessuti dopo l'insulto chirurgico, aspettiamo un'ora e vediamo che succede". Inizio del calvario psicologico: da quel momento in avanti impiegai il mio tempo con serafica placidità: impastai il pane, bollii cavolo nero e fagioli per la ribollita (non baro: con la pentola a pressione ci metto 45 minuti) e controllai il telefono circa 79 volte.
Finalmente le 23.30 arrivarono e con esse il messaggio che speravo rimanesse una mia paura: "Dott, mi spiace, ma Boris ancora non urina, in compenso non trova pace e tenta inutilmente ormai da un'ora e mezza, pensa che possiamo aspettare". No! Non penso, diamine. Non penso proprio e non penso nemmeno che sia possibile che un cane di 3 mesi abbia 70 grammi di calcoli in vescica. Trovo altresì impossibile che la rimozione degli stessi abbia esitato in una pace di sole 8 ore e mi sembra FOLLE che questo scambio di messaggi stia davvero accadendo. "No, in effetti non è normale, vediamo in ambulatorio tra venti minuti".
Imprecando divinità vere ed inventate per l'occasione, mi rivestii e presi la via angosciosa per il mio ambulatorio. Arrivammo contemporaneamente Roy, i suoi proprietari ed io. Fumai una sigaretta ben augurale e li feci accomodare in sala visite direttamente mentre mi cambiavo. Il fatto di aspettarmelo non rese meno spiacevole la sensazione di percepire una vescica esageratamente distesa nella pancia di quella piccola creatura che, nonostante dolori vari trovava il modo di scodinzolarmi e lanciarmi linguatine affettuose.
"Ragazzi, purtroppo c'è nuovamente un'ostacolo al deflusso di urina, temo di dover mettere un catetere per cercare di arrivare in vescica e svuotarla". "Certo dottore, se possiamo aiutarla..." (Ecco, questa è la formula magica). "Si grazie, dovremo tenerlo fermo e sdraiato sul fianco". Posizionato il cane iniziai ad estrarre il catetere dalla confezione, lo lubrificai ed iniziai l'inserimento. Dopo circa tre secondi dall'inizio della procedura, la proprietaria abbandonò la postazione: "non mi sento molto bene, ho la pressione bassa, secondo me sto per svenire" e si accasciò su una poltroncina. Dovettero passare almeno dieci secondi prima che il proprietario, stoico aiutante, cambiasse il colorito del viso in un preoccupante verde oliva: "temo di non sentirmi molto bene neanche io". "Buttati subito a terra, perché tu a una poltrona non ci arrivi, presto" "no no resist...." È si accasciò al suolo accartocciandsi lentamente su su stesso, con un conclusivo contatto  della fronte sul pavimento, il tutto - giuro - ad una velocità incredibilmente lenta!
Così rimasi, col cane sdraiato sul tavolo, i proprietari variamente scomposti nell'ambulatorio, e Boris che, tirata su la testa, mi guardava perplesso...

Epilogo: il giorno successivo, sostituito da Elena, mi godevo il viaggio per la montagna quando ricevetti una telefonata dall'ambulatorio, era Elena: "Non ci crederai mai: ho dovuto cateterizzare nuovamente Boris. Questa volta è svenuta l'amica dei proprietari".

Epilogo bis: purtroppo è stato necessario operare Boris una seconda volta, ma ora lui (e io) siamo felici di dirvi che sta parecchio bene!

lunedì 27 agosto 2012

Ricordi...dolorosi


Sebbene i miei racconti testimonino il contrario, in generale non apprezzo le visite domiciliari. Gli animali a casa loro sono sempre meno visitabili di quanto non siano in ambulatorio, così come le indagini che si possono effettuare su campo pagano l'intrasportabilità di molte attrezzature. Ma quando ricevetti la telefonata della proprietaria di Fusillo e Tremolo decisi che non c'era motivo di rifiutare la richiesta: la giornata estiva era splendida, la casa a pochi passi dal mio ambulatorio, i gatti dovevano solo essere sottoposti alla visita annuale con vaccino e Tremolo, con i suoi 9 kg di peso era difficile da trasportare. Così fissai l'appuntamento per la chiusura del pranzo e continuai a visitare i pazienti del mattino.

Arrivata l'ora di chiusura preparai dunque oto e fonendoscopio, termometro, siringhe e due dosi di vaccino. Arrivai, stranamente, puntuale all'appartamento dei due gatti e, terminati i saluti del caso ai padroni di casa e alle tre figlie (Elena, Anna e Silvia), iniziai a prepararmi.
Tremolo si fece trovare sulla sedia all'ingresso e quindi iniziai da lui. Per quanto tranquillo, mi ricordavo che non fosse effettivamente il gatto più pacifico del mondo, usai quindi una certa circospezione nel visitarlo. Ma la cosa procedette molto meglio del previsto. Il terribile ed enorme gatto godeva di ottima salute e non fece segno di accorgersi neppure della puntura. Con un certo sollievo, dunque, la pratica Tremolo fu archiviata ed anche i 5 membri della famiglia allentarono l'involontaria tensione. Il gattone scese dalla sedia serafico, si strusciò un paio di volte contro le mie gambe e si allontanò. 
Nulla lasciava presagire che in quella stessa casa, entro pochi minuti, si sarebbe consumata la scena più drammatica della mia vita professionale fino ad oggi.
Compilai il libretto del gatto appena vaccinato chiacchierando con la padrona di casa ed Elena si offrì di prendere Fusillo, il mansueto tra i due gatti di casa, oltre che il più divertente: quando era stato trovato infatti, aveva vissuto recluso nel bagno di servizio per le prime due settimane (onde evitare le gelosie di tremolo) e da allora aveva preso l'abitudine di dormire nel bidet, senza alcuna possibilità di convincerlo a cambiare giaciglio notturno, neppure a distanza di quasi due anni. 
Il gatto venne quindi preso in braccio e portato sul tavolo dove lo avrei sottoposto a trattamento analogo al fratello maggiore. A differenza del fretellone però, Fusillo si mostrò spaventatissimo da subito e cercava di sfuggire in tutti i modi alla mia presa.
Ed è qui la situazione precipitò: la cosa non sfuggì a tremolo che, affacciatosi dalla stanza dove si era ritirato, mi fissò per un istante, mutò espressione ed io capii che non ne saremmo usciti vivi. Tentai di calmarlo con la liberazione immediata di fusillo, la cui fuga a gambe levate ebbe un effetto anche peggiore: vinti gli indugi il gatto si lanciò all'attacco e salto addosso alla padrona, graffiandole vistosamente il braccio. Le urla delle quattro donne si alzarono in un sol coro, Elena rimproverava il gatto, Anna, la più grande, iniziò a piangere e strillare, mentre Silvia invocava a gran voce la calma di tutti. Da cavalier serventi, il padrone di casa ed io cercavamo di distrarre il gatto, io tentavo anche di mantenere un tono pacato per infondere calma negli astanti. Ebbi talmente successo che Anna si arrampicò su una sedia urlando che quel gatto psicopatico doveva essere buttato fuori casa per sempre o se ne sarebbe andata lei, Silvia allora prese le difese del gatto ed attaccò la sorella arrampicata tacciandola di crudeltà ed intimandole di non provare mai più a dire una cosa del genere. Tremolo, forse allarmato dall'insidiosa proposta di essere cacciato, aggredì Anna sulla sedia e le tracciò sulla gamba un graffio di almeno 30 centimetri. In buona sostanza la situazione era largamente sfuggita di mano a tutti. La madre che grondava sangue ed acqua ossigenata dal braccio riuscì a far spostare Anna nel bagnetto dove si chiusero per medicarsi, con le urla della ragazza che ancora strillava irripetibili invettive contro il gatto, Silvia che restituiva al mittente insulti e minacce, mentre Elena cercava (urlando a sua volta) rifugio dietro il padre. Io cercavo di farmi venire un'idea, ma un gatto feroce di 9 kg è tra gli incubi peggiori che si possano immaginare. In un singolare mezzogiorno di fuoco tremolo ed io ci fronteggiammo nello stretto corridoio della casa. Fu lui a fare la prima mossa: mi corse incontro saltando sulla mia gamba destra ed aggrappandosi con le 4 zampe (e i 18 artigli) nella carne. Non contento dell'assalto, ebbi appena il tempo di vedere il suo corto collo prendere la rincorsa, prima di avvertire il più doloroso morso a 4 canini della mia vita dritto dritto nel polpaccio. Calciai d'istinto e sentii le unghie che si staccavano non senza conseguenze dalla mia gamba, trascinate da 9 kg di ferocia. Il gatto sbatté contro il muro e si rigirò ancora più inferocito, alla ricerca di una nuova preda. La mia gamba grondava sangue, ma giuro che mantenni il contegno cercando di vincere il panico degli altri. Chiesi a gran voce una coperta. Il padrone di casa allora si illuminò e corse nel bagno principale ritornando con un asciugamani da viso che avrebbe coperto a malapena mezzo gatto. Lo ringraziai ed ebbi anche modo di dire che non mi ero spiegato bene: avevo bisogno di una coperta più grande e li avrei fatti assistere a una magia. 
Fu Silvia a risolvere la situazione: tolse il copridivano da una delle sedute della sala e mi venne incontro fiduciosa. Iniziammo insieme quindi a stringere all'angolo il felino furibondo che, ringhiando, soffiando ed artigliando l'aria, perse ben presto ogni via di fuga. Con un ultimo gesto lanciammo quindi la coperta su Tremolo, il quale si bloccò immediatamente. L'attimo di tregua consenti a tutti di recuperare, se non la calma, la capacita del silenzio. La madre delle tre ragazze uscì dal bagno visibilmente provata più dalla figlia che dal gatto, il braccio malconcio ma medicato. Mi offrì del disinfettante. E mentre ripulivo ferite e gamba (affettando indifferenza al lancinante dolore che la manovra causava), proposi una interpretazione dell'accaduto che mettesse in buona luce lo scriteriato comportamento del gattone. Spiegai inoltre che pochi minuti sotto la coperta (della cui protezione il gatto non accennava a volersi liberare) sarebbero bastati per riportare alla famiglia il Tremolo di sempre. A queste parole dal bagno si riaccese Anna che riprese a pretendere l'immediata espulsione del mostro peloso dalla famiglia. Silvia ed Elena iniziarono a protestare e (visto che i genitori delle tre ragazze sembravano in procinto di unirsi alla discussione) fui costretto ad alzare il tono della voce per evocare il silenzio che ci avrebbe salvati tutti. Dopo un minuto di quasi silenzio (il pianto isterico di Anna aveva lasciato il posto ad una incontrollabile sequenza di singhiozzi) mi avvicinai alla coperta, tentai due colpetti sulla testa di Tremolo che non accennò alcuna risposta. Ne fui confortato: iniziai lentamente a togliere il copridivano e restituire la libertà al gattone, avvertendo la tensione che saliva nella stanza. Io stesso, pur dovendo fingere tranquillità, temevo per l'incolumità della gamba sinistra. 
Come promesso invece, il trucco funzionò perfettamente e dal mantello estrassi un altro gatto, tranquillo ed incline a farsi accarezzare. Come nulla fosse, quella stessa belva feroce che aveva tenuto sotto scacco sei persone fino a poco prima si incamminò pacifico verso una stanza e vi sparì. Apparentemente dimentico di ogni ostilità. 
La calma era restituita, ripresi i miei attrezzi ma non vaccinai fusillo, né ritenni indispensabile raccomandarmi di verificare sul libretto le scadenze dell'anno successivo. 
Le due ragazze ancora in circolazione erano eccitate e divertite a quel punto, la madre aveva recuperato la lucidità necessaria per imporsi sull'unica figlia ancora preda di una crisi di panico. Il padre era piuttosto allibito e mi chiese quante altre volte mi fosse capitata una cosa del genere. Lo tranquillizzai: il suo gatto aveva il primato di lesioni inferte fino a quel momento della mia attività. 
E, fortunatamente, il record resiste ancora oggi, a quasi un anno di distanza, insieme alle vistose cicatrici che quella storia mi ha lasciato. 

venerdì 15 giugno 2012

A Cesare quel che è di Cesare

Il succo del discorso era piuttosto facile: non avevo la minima idea di cosa avesse il cane. Febbre non c'era, d'accordo. Dolori localizzabili? Nessuno. Chiaro. Esame clinico compatibile con la sindrome di Rubik: tutto perfettamente normale. Ma il cane non mangiava. Da due giorni. Per il resto non c'era nulla di preoccupante. Almeno questa era la versione per i proprietari. I quali invece preoccupati lo erano davvero. E convinti che io non stessi facendo granché. In effetti un pacchetto esami completo, radiografie, ecografie, terapia sintomatica, ore sul paziente e ORE sui libri più diverse offerte votive contribuivano a produrre un conto in grado di coprire il budget annuale di un piccolo stato. Ma in fatto di risultati, in effetti, stavo davvero ottenendo ben poco.  Eppure quel malefico rottweiler sembrava il ritratto della salute. Mantello lucido, perfettamente idratato, muscoloso come avrei voluto essere io, pieno di energia come in una vita precedente ero stato. Umore sempre eccellente: ringhiava dal momento in cui saliva sul tavolo e smetteva dopo aver girato l'angolo della strada del mio ambulatorio. Io invece perdevo 10 anni di vita ogni volta che lui mi minacciava di morte certa.  Al quarto giorno consecutivo di digiuno, lui sembrava un fiore, io uno zombie: barba incolta, pensieri paranoici di incompetenza maxima e una bandiera bianca che volteggiava nel cervello. I clienti entrarono con aria afflitta e vagamente sfiduciata, segnale che presi con aplomb inglese: feci mentalmente testamento professionale e lasciai salire sul tavolo un sanissimo cane feroce che aveva iniziato a promettermi una morte dolorosa dalla sala d'attesa. Raccolte le informazioni sulle ultime 12 ore, decisi di eseguire una nuova radiografia; che non si potesse dire che non avevo lasciato nulla di intentato. Sdraiai il cane sul tavolo dell'apparecchio radiografico e mi preparai a ricevere in cambio un paio di morsi. Stranamente il cane decise di collaborare e, a parte un costante ringhio profondo di quelli che ti fanno ricordare i punti salienti della vita, non attentò ulteriormente alla mia salute. Scattai la radiografia e la misi nello scanner per lo sviluppo. Attesi i 40 secondi necessari a processare l'immagine e la ingrandii sullo schermo mentre già pensavo a come dire ai proprietari del paziente che, come sempre, non c'erano segni di alcun tipo. Quindi, nel momento in cui alzai lo sguardo sul monitor rimasi attonito. I proprietari mi recuperarono dalla sindrome di Stendhal non senza difficoltà. Semplicemente me ne stavo. In piedi, di fronte a quel monitor, a fissare uno stomaco pieno di cibo. Bene. Tre giorni prima non c'era, quindi nessuna occlusione. Ma allora perché avevo ancora quella faccia inebetita da somaro? E diavolo! Io avevo fatto diagnosi di cane in buona salute, quindi avevo ragione io. Erano i proprietari ad avermi fornito un'anamnesi totalmente sbagliata. Mica potevo seguire il cane e scoprire (come in seguito venne fuori), che il cane faceva colazione, pranzava, finanche cenava dal casiere dei proprietari la cui madre imbottiva di nascosto la feroce creatura! Io sono un medico, non un detective. Mentre che un proprietario non si fosse accorto di nulla, a parer mio, non stava né in cielo né in terra. Non sarei stato certo io a fare una filippica a quei due scriteriati disattenti, ma di sicuro non aveva più senso quella loro sfiducia. Quando spiegai pertanto che mancavano gli elementi fondamentali per la diagnosi, visto che il cane aveva indiscutibilmente mangiato, la risposta dei proprietari, lo sapevo, mi avrebbe ripagato di tutta la loro supponenza: "In pratica dottore, ci faccia capire: lei ci ha fatto spendere un patrimonio perché non sa neppure capire se un cane mangia o meno?!" Appunto. 

venerdì 8 giugno 2012

Della morte dell'amore



Voglio parlarvi di un aspetto della professione tanto umano quanto forse poco edificante. Un aspetto che, credo, accomuni tutti i medici da prima linea. Come recita un telefilm che adoro "dermatologo in greco significa medico inutile" quindi se parlo di medici da prima linea intendo quelli le cui scelte, tutti i giorni o solo occasionalmente, fanno l'immediata differenza tra la vita e la morte del paziente. 
Quindi non i dermatologi.

Oscar è un gatto. Un gran bel gatto. Un sacro di Birmania. Enorme. Giovane. La sua proprietaria vive per lui. Acquistato poco dopo la morte del figlio. Non è una bella cosa da spiattellare su carta, viola diversi diritti alla privacy e qualsiasi regola mai esistita in fatto di buon gusto. Ma non è un dettaglio trascurabile. 
Oscar, dicevo, è un gatto che ha sempre goduto di ottima salute, mai un problema nei suoi primi cinque anni. Ma l'anamnesi non perdona. Oscar è oggetto di profondo amore. In lui è riversato il ruolo di gatto, figlio, compagno. E questo ruolo Oscar lo ha assolto appieno. Mai distante più di un metro dalla sua padrona. Sempre presente nel dolore, nella malattia di lei, un cancro al seno. Finché un giorno Oscar decide di non farcela più. E arriva nel mio ambulatorio in fin di vita per una grave difficoltà respiratoria che, 2 minuti e una radiografia dopo essere entrato in visita si trasforma in gravissimo edema polmonare. Così Oscar muore. Poco dopo averlo visitato. Ma un medico aspetta quel momento ogni giorno della sua professione. Perché vincere la morte equivale a confrontarsi con una divinità. E la tentazione è così grande...tanto che quel medico dice di no. Intuba il gatto in arresto respiratorio. Inizia a ventilarlo manualmente e nel frattempo armeggia come la dea kalì. Accende il ventilatore polmonare, collega una fonte di ossigeno e i monitor paziente. E 3 minuti dopo una macchina pompa efficiente aria nei polmonidi Oscar. Le sue mucose virano dal blu a un sano rosa e il tracciato elettrocardiografico pieno di blocchi e aritmie ritorna regolare e forte, quasi fosse disegnato. Che miracolo la resuscitazione. Viene facile capire il perché un umile Cristo sia così famoso. Che sensazione di onnipotenza. Dire no! Alla morte in persona. Affrontarla fissandone lo sguardo e avere il coraggio di rimandarla indietro a mani vuote. 
Già. Che miracolo. 
Ma ora Oscar deve stabilizzarsi per poi migliorare, ricominciare a respirare da solo, guarire e tornare a casa ad assolvere ancora una volta il suo compito di spugna. Assorbire il dolore immenso di una donna sola e restituirle indietro aria pulita, felice. 
Solo che Oscar non ne ha alcuna intenzione. E il medico, io, lo guardo faticare per compiere ogni singolo respiro. Tre giorni dopo e una nuova radiografia e Oscar non ha più edemi nei polmoni. Il suo torace è cosparso di piccole stelle bianche, schegge luminose sfuggite ad un cuore pulsante di malata determinazione: un carcinoma primario nel pancreas. E così Oscar ha una buona scusa per morire di nuovo. 
Libero dal dolore finalmente. Libero da un ruolo che probabilmente non voleva rivestire.
E questa volta il medico, io, non osa raccogliere la sfida. non oso. Non c'è sensazione di onnipotenza che mi alletti. Solo un nuovo incontro con la morte. Che non mi ricambia lo sguardo beffardo. Non mi schernisce per la sicumera. Piuttosto mi sorride amara, come chi sa di non essere benvoluto, neppure quando viene solo per portare sollievo.

giovedì 7 ottobre 2010

Festa!


Come sempre la chiamata era arrivata alla prima portata della cena, quando si abbassa la guardia, un po' per fame, un po' per stanchezza. Indipendentemente dalle manie persecutorie, la situazione era grave, il che mi procurava quel formicolio adrenalinico che il buon senso rifugge e di cui tutti siamo affamati. Come al solito, come un pugile prima di salire sul ring, ripassavo mentalmente le informazioni sul nemico. Ok il cane tenta di vomitare, ma non riesce. Ok è autunno inoltrato e prima o poi pubblicheranno un lavoro che dimostra come le torsioni di stomaco si concentrino nelle prime notti davvero fredde e magari piovose, quelle in cui è ancora più difficile uscire di casa. Ok il cane pesa più di trenta chili (nota post intervento: 61 per la precisione), ok è uno dei miei pazienti preferiti. Bene gli ingredienti del dramma c'erano tutti, era ora di far entrare gli attori, in ordine di apparizione:

Alberto: dogue de bordeaux di sei anni...enorme, con mole e sguardo da vitello, il cane più pacifico che abbia mai conosciuto. Uno di quelli che, al momento della puntura del vaccino ti guarda come se da te proprio non se lo sarebbe mai aspettato, ma ti perdona. 

Padrone di Alberto: più o meno come il cane. Alto, indole pacifica, fiducioso. Apparentemente molto distratto, invece attento ai dettagli ed eccellente osservatore. 

Il sottoscritto

Federico: nulla da aggiungere, salvo la solita ora di macchina (senza traffico) che lo separa dal suo letto caldo alle emergenze fiorentine

Simonetta: nulla da aggiungere, salvo la solita ora e venti minuti di macchina (senza traffico) che la separa dal proprio letto caldo alle emergenze fiorentine. 

La scena: esterno dell'ambulatorio; una strada fitta di auto parcheggiate. Le 10 di sera, buio, sottile pioggia, luci di lampioni, riflessi lucidi aull'asfalto bagnato. 

Alberto e padrone già inscena, senza ombrello. L'uomo fuma (il cane no).
Arriva un auto, scende il sottoscritto, senza ombrello. Finisce la sigaretta. 

Padrone di Alberto: "Ciao Alessandro, scusa il disturbo ma non sapevo che fare"

Alessandro: "Tranquillo, quando ti tiro fuori il conto vedrai che scusa non la chiedi più". Ammicca e guarda Alberto per valutare la gravità della situazione. Perplessità 

I due scambiano battute mentre il sottoscritto apre l'ambulatorio, Alberto se ne sta pazientemente al fianco del padrone, senza dar segno di accorgersi della pioggia. 

Cambio scena: l'interno dell'ambulatorio. Luci bianche, odore di disinfettanti, fogli impilati sulla scrivania, il sottoscritto si muove rapidamente per accendere i macchinari di cui avrà bisogno.

Alberto: "........................woff!" un unico, profondo abbaio rivolto al padrone. 

Padrone di Alberto: "che c'è impiastro? Vorresti andare via? Potevi pensarci prima di sentirti male"

Il sottoscritto (che nel frattempo si è cambiato). Rientra sghignazzando in sala visite: "Alberto non dargli retta, ha più paura lui di te. Allora vediamo come stai". Abbassa il tavolo visite
Alberto oppone ostinata immobilità di fronte agli inviti a salire. Questi si trasformano presto in perentori comandi e Alberto, sbuffando, inizia poggiando pesantemente una zampa anteriore sul tavolo e poi fissa il padrone, quasi a chiedere se sia davvero quello che gli viene richiesto.

Padrone: "avanti femminuccia, sali tutto su quel tavolo!"

Il cane si decide e, al rallentatore, completa la salita. 

Il sottoscritto aziona il comando e Alberto sale ad altezza visitabile. 

La perplessità cresce: il cane non sembra in torsione, l'addome non è disteso, non aumenta di volume a vista d'occhio. Inoltre le mucose sono buone, la frequenza cardiaca è normale. 
Il sottoscritto: "sono in difficoltà: avrei bisogno di fare una radiografia per capire qualcosa di più. Anzi due: viste le dimensioni di Alberto, per vedere esofago e stomaco mi serviranno due scatti distinti. 
Padrone di Alberto: "fai tutto quello che devi, tanto non ti pago"
Il sottoscritto: "bene, allora portatelo da solo il cane sul tavolo radiologico!"

I due prendono il cane, non senza difficoltà, lo trasportano nella saletta radiologica e, sbuffando, lo sdraiano sul tavolo. Il sottoscritto tara la macchina, prepara gli schermi, poi posiziona il cane ed effettua il primo scatto. Mentre aspetta che il digitalizzatore gli mostri l'immagine, scatta anche la seconda. 

Il sottoscritto: "lo stomaco in effetti è sovradisteso, pieno d'aria, ma non vedo traccia di torsione, né la definirei una dilatazione tanto imponente..forse è il caso di telefonare a Federico e Simonetta.
Il sottoscritto inserisce anche la seconda cassetta nello scanner. 

Il sottoscritto armeggia un buon minuto col cellulare, per riuscire ad effettuare una chiamata a tre. 

Il sottoscritto: "ciao, dilatazione moderata, nessun segno di torsione. Qui non ha ancora avuto conati, in effetti sembra stare bene"

Federico: "l'esofago riesci a vederlo?"

Il sottoscritto: "sto andando ora a leggere il secondo scatto"

Simonetta: "non ci posso credere: si è ricordato di fare anche la seconda radiografia!"

Il sottoscritto rimane un secondo di fronte allo schermo, ingrandisce un dettaglio, modifica l'esposizione e poi, sempre al telefono: "non ci crederete mai..quanto vi manca ad arrivare?"

Simonetta: "io sto parcheggiando"
Federico: "io arrivo tra cinque minuti"
Il sottoscritto: "Allora vi lascio un po' di suspance!" e chiude il telefono. 
 Padrone di Alberto: "allora, si vede qualcosa?"
Il sottoscritto: "in effetti si, ma devi aspettare anche tu. Piuttosto, oggi è il...?"
Padrone di Alberto, senza un attimo di esitazione: "oggi è il 16 novembre! Compleanno di mia moglie"
Il sottoscritto, affettando sorpresa: "noo! Allora magari questa salsiccia formato gigante ha anche interrotto una festa!" 
Padrone di Alberto: "niente di che: eravamo noi con la bambina, ho cucinato io e avevamo appena stappato lo champagne e avviato la torta, quando Alberto ha iniziato a stare male"
Simonetta: "ciaononmidirenientebuonaseraèquestalalastra?"

Il sottoscritto, ridendo: "si ma non dire niente neanche tu"

Simonetta si avvicina al monitor di visualizzazione, prende in mano il mouse per aggiustarsi l'immagine, ma dopo un secondo si gira verso il sottoscritto e scoppia a ridere

Nel frattempo arriva anche Federico, con un tempismo eccezionale, saluta, guarda il monitor: "non ci posso credere"


Il sottoscritto: "si, stavamo giusto dicendo che oggi è il compleanno della padrona di Alberto"

Federico: "ah certo. Bevuto champagne?

Padrone di Alberto: "si ma...non mi dite che il cane ha rubato l'alcool! No. Me ne sarei accorto!" 

Il sottoscritto: "certo che vi trattate bene quando bevete, guarda questo" indica un'ombra sul monitor, aumenta leggermente il dettaglio e il padrone di Alberto si avvicina allo schermo


Padrone di Alberto: (piuttosto eccitato) "ma...ma è il tappo della bottiglia, qui si legge anche moet!"

Il sottoscritto: "direi che la diagnosi non è particolarmente complicata. Dobbiamo fare un'endoscopia e provare a toglierlo, ma non credo che sarà molto difficile, viste le dimensioni di Alberto"

Il cane, sentendo il proprio nome, si gira verso il sottoscritto, estende la testa sul collo e rigurgita il tappo, seguito da un boato di aria che esce dallo stomaco.

Federico: "no, in effetti non sarà molto difficile"

Risate, sipario. 

martedì 9 febbraio 2010

Gli occhi del carnefice

Ore tre. Del mattino certo. Che domande...
Ore tre dicevo. Sdraiato in un canile puzzolente a cercare di porre
fine alle sofferenze di un cane che ha tutte le carte in regola per
poter fare da solo: 21 anni, un diabete scompensatissimo, cardiopatico e forse qualche altra cosa che non ho indagato. È buio e fa anche
parecchio freddo. Mi illumina come riesce la padrona del cane. Le
batterie della sua cadaverica torcia devono avere l'età dell'animale.
La mano della signora invece deve avere bevuto un po' perché proprio
non riesce a star ferma. Sembrano gli ingredienti di un horror. Ma
questi non sono comunque mai momenti semplici. In compenso la signora
è in vena di chiacchiere e questo è di conforto: su quel pavimento di
terra battuta, mentre cerco una vena del disgraziato animale,
intorpidito dal gelo, potrei anche addormentarmi. Mi racconta di quel
mucchietto d'ossi che sto per mandare ai campi elisi. Me lo descrive
atletico, muscoloso e coraggioso. Me ne racconta le gesta. Gran
sterminatore di galline. Conquistatore instancabile, pluripadre
irresponsabile. E quella volta che fece scappare un cacciatore? Coi
bambini è sempre stato feroce. Pare che una volta abbia boicottato il
compleanno estivo di qualche generico nipote avvalendosi di armi
acustiche e un assalto alle vettovaglie coronato dal successo. Poi
arriviamo al declino. Le passeggiate sempre più rade, infine l'esilio
in quel misero recinto. Tre giorni prima il verdetto. E ora
l'attuazione della sentenza. E mentre somministro l'anestesia generale
che precede l'eutanasia, capisco. Che un po' sto ammazzando anche la
vecchia signora. Che sono 21 anni di affetti che sto per interrompere.
Sto sempre più scomodo in quel recinto, inginocchiato di fronte al
cane ora. Che per fortuna è bianco e c'è uno spicchio di luna.
Altrimenti non saprei neppure da che parte sia la testa. Cerco di
concentrarmi sugli aspetti tecnici. E si riparte di resoconti di una
vita. Mi assale un gran freddo mentre percepisco il coraggio di questa
maledetta chiamata notturna. Questo cane morirà comunque tra mezza
giornata. E la vecchia signora invece mi ha tirato giù dal letto
perché, per fargli lo sconto di qualche ora di agonia, è disposta a
illuminare gli occhi del boia e a raddrizzare la voce che trema anche
più della mano. Sono pronto ora. Chiedo alla signora se preferisce
rientrare in casa. Avverto il disagio di averle proposto di andare
via: il giardino tra canile e casa è enorme e piuttosto inospitale.
Potrei essere assalito da qualche vaga creatura. O peggio: farmela
addosso per la paura. Lei rifiuta le mie premure (grazie!). Inizio a
somministrare il farmaco. Sospiro. Fine. Ora corri.

sabato 2 gennaio 2010

Veterinari o speleologi?

Il venerdì mattina, preambolo del giorno di maggior lavoro nel nostro
ambulatorio, inizia sempre nello stesso modo: Federico e io che facciamo a gara per chi arriva prima, Simonetta che fa a gara per chi arriva ultimo e, pur di vincere, si tiene lontana una mezz'ora dall'orario di apertura. Mentre Federico sistema le attrezzature chirurgiche della giornata, scarica dalla macchina eventuali endoscopi ecc, io mi occupo di ricevere i pazienti per gli interventi: faccio firmare le autorizzazioni ed effettuo le visite
preanestesiologiche. Accade quindi che la porta della sala visite venga aperta spesso mentre i pazienti sono sul tavolo di esame... (accadeva, anzi). Un mese fa circa stavo visitando Micia prima di una nosectomia. La proprietaria, gestante all'ottavo mese, era vistosamente preoccupata per la gatta, il marito sembrava molto più spaventato dalla pancia di lei. La micia collaborava poco e in tutto questo ero appena riuscito a metterla sulla bilancia, quando entrò Federico con le borse degli endoscopi. Per un malaugurato calcolo ergonomico, la bilancia è vicina alla porta dicomunicazione con la sala d'attesa. La gatta, individuata una via di fuga, iniziò una mutazione forzata in anguilla (con gli artigli però), mi graffiò ovunque arrivasse e riuscì (vergogna) a svincolarsi dalla mia presa. Urlai al proprietario di chiudere immediatamente la porta, ma dovetti
farlo in aramaico, perché lui mi guardò senza il minimo segno di comprensione, Federico tentò un gesto atletico con tre Borse di endoscopi in mano, ma riuscì solo a rallentare l'evasione.
Per la sala d'attesa dobbiamo chiamare in causa la nota legge di Murphy ("se una cosa può andare male, lo farà"): un dannatissimo sassettino di forse due millimetri si era opposto alla chiusura della porta, lasciando uno spiraglio di libertà alla gatta che, senza pensarci un istante, si lanciò in strada. I proprietari a quel punto partirono all'inseguimento e la scena, nella sua drammaticità, non rinunciò ad una certa comicità: lei col pancione che strillava, lui che veniva preso a graffi e morsi ogni volta che la gatta decideva di fermarsi. Il problema però è che la gatta era pericolosamente vicino alla strada e continuare ad inseguirla aumentava il rischio di una tragedia automobilistica. Dunque quando Micia decise di rintanarsi nella resede di una palazzina a due piani poco distante dall'ambulatorio, tirammo tutti un sospiro di sollievo: chiuso il
cancello non restava che la caccia!
Quando la gatta decise di buttarsi nel pozzetto dell'aria condizionata profondo 5 metri, stretto stretto e sporco sporco, tirammo tutti qualche improperio. Rimasi di guardia mentre Federico andava a recuperare una corda con cui calarci (si avete capito bene). Il trambusto fatto, per fortuna, attirò l'attenzione di un inquilino al primo piano e, I eccezione ai postulati di Murphy, questi ci offrì una scala in ferro "dimenticata" a casa sua dai muratori. Eravamo a cavallo!
Il tempo di aiutarlo a far scendere l'enorme arnese giù per le scale e la gatta sarebbe stata tratta un salvo.
Il tempo di far scendere la scala e la gatta era scomparsa.
Impossibile: non poteva aver risalito un muro liscio. Eppure non se ne vedeva traccia. Decidemmo comunque di calarci tra i motori dei condizionatori. Scesi per primo. A prima vista nessuna traccia del felino. Ma c'era un possibilità: una minuscola finestrina socchiusa che dava sul magazzino di un'enoteca. Mi vidi già ad inseguire la gatta tra bottiglie più costose di me! Mandammo i proprietari ad avvisare il negoziante della probabile invasione. Stavo per risalire quando Federico dall'alto mi indicò un'altra nicchia nel muro che non avevo minimamente notato. Era un "buco" quadrato, forse di 20 centimetri di lato, dove avrebbe fatto fatica a rintanarsi un ragno. Ovviamente la gatta, bellicosa, era li dentro e infilare la mano per tirarla fuori equivaleva ad un di volerla perdere, la mano. Federico non perse tempo: assicurò la gabbia alla fune e la calò nel cunicolo, poi scese anche lui (il che ridusse lo spazio di manovra di ciascuno di noi al poter muovere agevolmente le dita) munito di guantoni rinforzati. In qualche modo la gatta dovette capire la nostra determinazione, perché si arrese senza lottare. La rimettemmo nel trasportino che fu issato in superficie e risalimmo.
Dopo si trattò di riportare la scala al primo piano, senza la carica adrenalinica di prima. Quando infine rientrai in ambulatorio ero sfinito come fossero le dieci di sera. Ma erano le dieci del mattino e infatti arrivò Simonetta, piuttosto alterata: "ma non mi avete preso la colazione!??"



PS: buon anno nuovo a tutti!

mercoledì 23 dicembre 2009

Dieci piccoli indiani..

Dopo una notte di neve fitta fitta, sono andato a lavoro, sabato mattina scorso, con la chiara percezione che la maggior parte degli appuntamenti fissati sarebbe saltata, in una città paralizzata da un gigantesco mantello bianco. E così è iniziata la mattina: cinque telefonate di fila e cinque richieste di rinvio per vaccini e visite previsti. Poi però i miei clienti hanno iniziato a prendere confidenza con la neve e quindi, mentre Federico e Simonetta disseppellivano le macchine per tornarsene a casa dopo un'imprevista notte fiorentina, i pazienti avevano iniziato riluttanti a salire sul tavolo visite. Alle 12 ancora vedevo lontana la fine delle fatiche... DRIIIIIIIIIIN!! (Lo avete riconosciuto? Esatto: lo squillo della tragedia in arrivo). "Ciao Alessandro sono Serena, la proprietaria di Asia, ti ricordi?". Ammetto senza vergogna di riconoscere in me chiari (e preoccupanti) segni di smemoratezza, quindi la domanda non è del tutto fuori luogo, ma una cagna di 8 anni, "obesa" e quasi a termine della sua prima gravidanza è uno di quei pensieri che non ti lasciano in pace neppure nei sogni. Soprattutto quando c'è un week end in agguato = "Si".
"Ah bene. Ti volevo dire che Asia da questa notte è particolarmente strana: è come se provasse a partorire, ma non riesce. Stamattina poi è particolarmente provata. Pensavo di portartela, ma al momento sono bloccata dalla neve. Appena riesco a farmi venire a prendere da qualcuno arrivo...tanto tu mi aspetti...si?" "...ma certo" ...giuro: ho guardato con un certo disagio i miei ignari colleghi fare i preparativi per andare via. Dopo una dozzina di improperi e telefonate alle rispettive case, abbiamo iniziato a prepararci: noi eravamo pronti in venti minuti, il cane si è presentato dopo due ore e una quarto. Visita di rito, ecografia di controllo: contati almen
o cinque cuccioli vivi e vitali..."ok! partiamo con l'intervento". Il parto cesareo è un'operazione da dea Kalì: i chirurghi impegnati a tirare fuori i cuccioli e, nel frattempo a ricucire la mamma; l'anestesista concentrato sulla paziente che può ricevere solo alcuni anestetici per non intossicare i cuccioli. L'anestesista pronto a rianimare il primo cucciolo che gli passano.
L'anestesista pronto a rianimare il secondo cucciolo che gli passano.
L'anestesista pronto a rianimare il terzo cucciolo che gli passano.
L'anestesista pronto a rianimare il quarto cucciolo che gli passano.
L'anestesista pronto a rianimare il quinto cucciolo che gli passano.
L'anestesista pronto a rianimare il sesto cucciolo che gli passano.

L'anestesista quasi pronto a rianimare il settimo cucciolo che gli passano.

L'anestesista di nuovo pronto a rianimare l'ottavo cucciolo che gli passano.

L'anestesista pronto (?) a rianimare il nono cucciolo che gli passano.

L'anestesista pronto a rianimare il decimo cucciolo che gli passano.

....indovinate chi è l'anestesista??

Epilogo: dopo un'ora e mezzo di intervento e sei ore di assistenza postochirurgica, mamma e cuccioli sono partiti all'avventura per la casa sperduta; Federico e Simonetta hanno preso tutto il ghiaccio che si erano evitati la notte prima.
E' proprio vero: al destino non manca il senso dell'ironia!

giovedì 5 novembre 2009

Lo chiameremo...Lucky! (ovvero: manuale pratico su come scegliere un nome per il proprio animale, senza commettere catastrofici errori)

Ammettiamolo: la scelta del nome per un animale, che sia pesce rosso o
cavallo, produce in noi perversi meccanismi di patologia creativa che
gli psicologi più affermati dividono in 6 categorie.

Proprietari antropomorfizzatori: non ce la fanno proprio. Il loro
animale si DEVE chiamare come una persona, celebre o meno che sia.
Poppea, Augusto, Elvis, Lapo (!) ecc. (...questa è, diciamocelo, la mia
categoria e, sempre secondo illustri menti della psicologia, la
categoria di chi si relaziona meglio col proprio cane che con i propri
consimili).

Proprietari affetti da Fanatismo televisivo: la serie preferita, il
cartone animato dell'infanzia offrono infiniti spunti per chi alla
realtà preferisce la fiction. In questo gruppo rientrano gli ignari
Gigen, Stitch, Tetsuia, ma anche Rex (unico nome evidentemente per il
pastore tedesco) o Zeus e Apollo (molto in auge per le coppie); ma DI
SICURO la coppia di nomi più abusata la dobbiamo alla Disney: ogni
volta che esco di casa con i miei cani, non c'è genitore che incontri
che non si senta obbligato a dire al proprio bambino: "guarda amore:
Pongo e Peggie!!"

Proprietari monomaniaci: qualunque sia il nome scelto, potete
moltiplicarlo per gli enne cani che faranno parte della famiglia: il
nome non cambierà MAI (Cora 1,2,3,4,5..). È questa una patologia in
cui il proprietario si illude di congelare il tempo fingendo di avere
sempre lo stesso cane.

Proprietari affetti da temibile "sindrome del viaggiatore"; qui i cani
si chiamano come nazioni o continenti: Africa, India, Australia.
Generalmente posti di cui il proprietario conserva una nostalgia o un
desierio. Ma vorrei sollevare una questione: perché nessun cane si
chiama Lussemburgo o Lichtestein?

Proprietari Cabarettisti: chi non ha mai pensato di trovare un nome
divertente, che suscitasse il riso negli interlocutori?E qui ci sono
svariate opzioni: si può scegliere un nome di per sé ridicolo (Banana
eg), oppure giocare di ironia, quindi l'Alano si chiamerà pulce e il
cihuahua Golia o Attila...la cattiveria più grande che ho visto in
questo ambito è un cane chiamato "Gatto"...un po' di rispetto!!

Ora ci addentriamo in una sfera pericolosetta, quindi non leggete a
voce alta:

Proprietari affetti da Avventatezza: appartiene a questa categoria un
solo nome. Onestamente ho anche paura a scriverlo. Lo dico eh...Lucky!
"fortunato"!??! Più che avventati, i proprietari che scelgono questo
nome sono sprovveduti o sfrontati! Si perché per quanto mi sforzi, non
ricordo un solo Lucky che abbia concluso la sua esperienza terrena x
cause naturali!

lunedì 31 agosto 2009

I come e i perché!



Sarà banale, ma a me piacciono gli
animali. No davvero. E pure parecchio.
Perché ogni veterinario (spessissimo il sottoscritto compreso), alla domanda (un po' troppo frequente in effetti): "Ma tu fai il veterinario perché ami gli animali?", escogita una risposta per stupire gli interlocutori, per non ridurre tutto ad una tanto semplicistica spiegazione. Quasi a dover dare un senso più profondo alla propria scelta di vita. Oppure solo perché è la centesima volta che si sente formulare il quesito e spera di shockare l'interlocutore. Dunque se ne sentono di notevoli: "No si beh...è che mi piace la medicina, ma non avrei potuto curare le persone perché mi immedesimo troppo" (questa va parecchio); "Si mi piacciono ma non è questa la vera ragione: ho scelto questo lavoro perché non potevo immaginare di rinchiudermi tutto il giorno dentro un ufficio" (eccerto, invece chiuso dentro un ambulatorio che, per giunta, non ha neppure orari di chiusura garantiti...). "No: io faccio questo lavoro perché sono misantropo (parola molto in auge tra noi veterinari) e preferisco avere il meno possibile a che fare con le persone". Non fa una piega, ma allora, oltre che misantropi siamo anche poco informati: ogni animale che arriva possiede almeno un proprietario, e generalmente in stato di stress! E poi c'è la mia preferita, quella che avrei voluto inventare io: "No a me in realtà gli animali non dicono molto, ma la facoltà di veterinaria era piena di ragazze!". Imbattibile.

Out for emergency

Quando entrai in casa dei miei clienti, il gatto alzò la sonnacchiosa testa dal divano, mi guardò imperturbabile e si rimise a dormire. -bene, pensai- almeno è collaborativo. Il che alle quattro del mattino non guasta. I suoi proprietari mi avevano chiamato ininterrottamente dalle due, xchè quello stesso serafico animale, che ora se ne stava placido a godersi il sonno del giusto, non aveva fatto altro (a detta loro massimo fino a cinque minuti prima) che miagolare come un ossesso per tutta casa, correndo a tratti, rintanadosi, saltando e contorcendosi in aria. Avevo cercato di rinviare la visita al mattino, ma alla quarta telefonata avevo capito che di dormire ormai comunque non se ne parlava più, quindi tanto valeva eliminare il dubbio di una pericolosa ostruzione uretrale (“eh dottore, va fuori, chi lo sa quando ha fatto pipì l'ultima volta!” Stramaledetti giardini). Chiaramente la casa era un'introvabile villetta arrampicata nel nulla, in una posizione che definire panoramica sarebbe stato denigratorio; chiaramente ci misi mezz'ora a trovarla, congelando sulla mia moto; chiarissimamente i campanelli era o due e senza nome ergo, x la regola del 50% avevo svegliato anche il vicino con annessi, impronunciabili, auspici rivolti alla mia persona e relativi antenati. Ma ero lì finalmente. E ora bisognava pensare al felino in difficoltà. Avevo portato il solito ospedale da campo (che su una moto, garantisco, ci sta “appena” strettino) e quindi approntai per prima cosa ogni strumento che ero riuscito a cacciare nella mia borsa senza fondo. Quando finalmente fui pronto, Augusto (un giorno devo parlare del perverso meccanismo che si cela dietro la scelta dei nomi dei nostri animali) era sveglio e mi guardava incuriosito, senza abbandonare la stravacatta posizione sul divano. -”Ah dottore, una cosa stranissima che non le abbiamo ancora detto: faceva dei versi che ci hanno terrorizzato; una via di mezzo tra un belato rauco e lo schiarirsi la gola”. Oh no! No sarebbe davvero troppo...mi avvicinai al gatto ed iniziai a carezzarlo, immediatamente si accese il motorino della fusa. Compressi delicatamente la pancia: la vescica era morbida, nessuna ostruzione; sarei andato anche oltre se non avessi visto l'aluccia della falena Che fremeva debolmente sotto la zampina del laconico cacciatore. A quel punto sollevai di peso Augusto e una farfalla notturna piuttosto tramortita tentò finalmente la fuga da quell'incubo. In effetti non era neanche in cattive condizioni; magari un po' shockata. Feci aprire la finestra e con l'aiuto di un bicchiere e un foglio di carta (io ho il TERRORE di qualsiasi insetto!) la condussi in salvo mentre speigavo al mio esiguo pubblico che quegli orrendi versi erano la fin troppo sana espressione di u rituale di caccia...mi girai verso i proprietari, pienamente coscienti del ridicolo episodio. Se non fossero state quasi le cinque del mattino avrei potuto ridere con loro dell'accaduto. Ma ERANO quasi le cinque del mattino. Ad andar bene mi ci sarebbero voluti venti minuti di assideramento motociclistico per arrivare a casa. E dopo due ore dopo sarebbe suonata la sveglia. “Dottore lo vorrebbe un caffè?...” e in quella pausa non ci trovai la minima malizia,solo la genuina offerta da chi sa di averla combinata grossa. “Certo signora!”. Restammo a parlare fino alle sette, seduti comodi sul divano, delle peripezie di Augusto e dei suoi avi, tra i quali figurava addirittura un persiano di importazione diretta. Nel frattempo svuotai la dispensa degli anziani coniugi, decimai biscotti e mietei vittime anche tra gli ignari succhi di frutta e finalmente mi congedai per uscire dall'ennesima notte a confini della realtà. Circa mezz'ora dopo, un cartellino faceva bella mostra di sé sulla porta del mio ambulatorio: “Siamo fuori per un'emergenza. Riapetura prevista nel pomeriggio”.

giovedì 27 agosto 2009

Pruriti di stagione


Quel dannato cane mi stava facendo vedere i sorci verdi da quasi due mesi. Era stato presentato alla visita per un lieve eritema sulla ascelle e le cosce. Pois. Un bellissimo dalmata di due anni (ho già detto che ho un debole per i dalmata?). Maschietto, esuberante e simpaticissimo. La proprietaria dopo aver consultato altri due colleghi, si era rivolta a me su suggerimento di un amico, già mio cliente. Non mi era apparsa molto fiduciosa fin dal primo momento, ma si era detta disposta a far curare Pois fino in fondo per risolvere il problema, perché "non ce la faceva più a vedere il suo angioletto (testuali parole) ridotto a grattarsi come un forsennato ogni cinque minuti. Iniziai quindi ad escludere: parassiti, squilibri ormonali, malattie infettive banali e specifiche, malattie impossibili ed anche inesistenti, fino a stabilire che doveva trattarsi di allergia. Orrore! Le malattie su base allergica sono subdole come una spia di missione impossibile: riescono ad assumere le sembianze di qualsiasi morbo, rimanendo comodamente avvolte dall'anonimato. Nel frattempo l'eritema non se ne stava certo buono: dopo le orecchie aveva coinvolto lo sterno, tutta la pancia e ora il povero Pois iniziava ad essere riluttante a muoversi per dolorose ulcere ai piedi. Proprietaria mooolto innervosita. Iniziai l'approccio standard con terapia sintomatica e un costosissimo test sugli allergeni ambientali; maledissi il referto quando rientrò negativo. "Vede signora (cercando di convincere entrambi): un risultato negativo è comunque un passo in avanti verso la diagnosi! Abbiamo potuto escludere un grosso capitolo delle allergie ed ora possiamo dedicarci a quelle esclusivamente alimentari. Vedrà che è solo questione di tempo perché il suo "angioletto" torni in piena salute. Solo questione di tempo. Già. Perché io non sono un patito di dermatologia, ma quel poco che so si riassume nel seguente assioma: le malattie cutanee sono centomila, i sintomi si contano sulle dita di una mano, le indagini diagnostiche sono scarsamente conclusive e le terapie lunghe, laboriose (allergie? bene: il dosaggio di in antistaminico nel cane è da 8 a 20 volte più alto rispetto a quello dell'uomo) e spesso non definitive. Non a caso le malattie dermatologiche sono al primo posto nella top five delle ragioni per cui un proprietario cambia medico: per quanto paziente il cliente sia, spesso finisce con l'attribuire al veterinario le ragioni del fallimento. Quindi ero sulle spine. Ogni volta che facevo tornare pois al controllo tremavo e il dialogo si apriva SEMPRE, con questa frase: "dottore e un si va punto bene: io CONTINUO a seguire le sue indicazioni e il cane (non più angioletto) non fa che grattarsi e peggiorare" (leggere con tono tra il contrariato, l'accusatorio e il polemico). A distanza di un mese dalla sua prima visita, non avevamo ancora cavato un ragno dal buco. Passai alla dieta ad esclusione: se l'allergene è contenuto nell'alimento, si fornisce un'alimentazione inusuale, per vedere se la situazione si risolve. Chiesi prima se Pois fosse solito mangiare cibi strani o poco raccomandabili e poi iniziai a recitare la filippica: "mi raccomando signora, le prescrivo una dieta con due alimenti e basta: cervo e patate, mi raccomando che il cane, per le prossime settimane non mangi altro che questo. Nemmeno una briciola di pane extra, altrimenti vanificheremmo la prova". "Dottore (un po' più forzato del solito), le garantisco che il mio cane sta più a cuore a me che a lei; come ha visto sono disposta ad andare fino in fondo nonostante i costanti falliamenti (e tre frustate sarebbero state meglio)". Ci demmo appuntamento dopo due settimane e trascorsi il tempo a ripetermi che non poteva non andare bene: le avevo provate TUTTE e la dieta era l'arma definitiva, avrei fatto un figurone e vinto per sempre la sfiducia della scontrosa signora. Aaah si!

Driiiiiin! (oh no!) "dottore sono la proprietaria del dalmata con la presunta allergia. Bisogna ci vediamo qualche giorno prima perché qui la cosa va sempre peggio". Mi irrigidii, ma con tono molto professional da chi questa cosa proprio se l'aspettava, fissai un incontro per il pomeriggio dello stesso giorno. Pois sembrava un lebbroso: piaghe infette a profusione, sguardo triste, non una festina. La proprietaria era furibonda: "dottore io proprio non capisco: a sentir lei questa doveva essere la soluzione definitiva e invece non facciamo che andare peggio. Mi avevano tanto parlato bene di lei, ma inizio a credere che forse lei non sia in grado di gestire questa malattia!". Cercai di farle capire che le malattie dermatologiche hanno un approccio lungo e difficile e che non bisogna demoralizzarsi. Fiato sprecato: la pazienza della mia cliente era rimasta a casa quel giorno. Cercai di vuotare la mente e ricominciai daccapo; forse tirai troppo la corda quando chiesi nuovamente: "lei è ASSOLUTAMENTE sicura di non aver dato nulla a Pois al di fuori della dieta che le ho prescritto?". "Senta dottore, cercare in me le ragioni del suo fallimento non risolverà il problema. Vorrà dire che dovremo cercare un dermatologo più competente". Ecco fatto. Ormai eravamo al punto di non ritorno. Avrei potuto cercare in tutti i modi di convincerla ma sapevo che non sarebbe servito a nulla. Feci scendere Pois dal tavolo e le dissi che ovviamente era libera di scegliere di cambiare medico. Mentre lo dicevo il dalmata ebbe un conato di vomito e proiettò sul pavimento della sala visite tre belle noci intere. Non ci potevo credere!! Dentro di me qualcosa iniziò a ballare allegramente. Incrociai lo sguardo della proprietaria che intuì la mia ritrovata supremazia e provò a dirmi: "...ma le noci non sono mica cibo!". Usai tutta la pazienza del mondo per spiegare che si invece, le noci sono considerate cibo dai più e potevano essere le responsabili di tutti i nostri fallimenti e mentalmente incrociai le dita: se mi fossi sbagliato questa volta, la mia reputazione sarebbe finita definitivamente alle ortiche. Rincuorai la cliente che iniziava a colpevolizzarsi (ahh! Chi è l'incapace ora?) e la rispedii a casa con antibiotici e divieto assoluto per le noci. A due settimane di distanza Pois scodinzolava di nuovo, camminava molto meglio e persisteva solo un lieve eritema diffuso. Dopo un mese non lamentava più alcun sintomo di allergia. E Pois è ancora mio paziente!

mercoledì 29 luglio 2009

Per fortuna i clienti!!


Foto UNO

Foto TRE

Foto CINQUE


Foto SEI

Foto OTTO

In un lunghissimo periodo di assenza, provocato da vicissitudini tante e ingarbuglianti, mi viene incontro la mail (delirante?) di una cliente e amica che, forse vittima di colpo di calore ha prodotto tanto (ihihihi):

Egregio dottore,

Sono molto preoccupata per il Suo paziente Mao (detto il Panza).

Stamattina ha manifestato alcuni inquietanti sintomi, che suggeriscono la presenza di un grave stress psicologico. Potrà notarne alcuni nelle foto che mi pregio di allegarLe:

- la tendenza ad adattarsi il più possibile alla forma del supporto (foto 1), a disporsi secondo profili trapezoidali (foto 5) e ad allungarsi fino al massimo limite anatomicamente consentito (foto 6)

- la posizione fortemente anomala del gomito, sicuro indicatore di uno stato di tensione (foto 3)

- e infine, e questo è ESTREMAMENTE preoccupante, l'esposizione del piedino rosa (foto 8).

Mi dica, cosa devo fare? Sono molto in ansia.

Cordiali e rispettosi saluti

La Sua disperata cliente


...intende a parte cambiare sistema di numerazione? :o)






sabato 20 dicembre 2008

I quattro dell'apocalisse..

 Che il nostro non sia un lavoro convenzionale lo si comprende facilmente: la malattia non dà tregua e l’emergenza sa scegliere orari e luoghi spesso originali, addirittura bizzarri. Per questo nessuno di noi si stupì più di tanto quando, alle 20 circa, con le mani di Federico e Simonetta (i miei impagabili amici/collaboratori) ben affondate nella pancia di un paziente e i miei occhi fissi sui monitor di anestesia, arrivò una telefonata: dal convento di Arezzo, suor non mi ricordo come si chiama, amica carissima di Federico, ci comunicava trafelata che il gatto più anziano della loro nutrita colonia aveva improvvisamente iniziato a mostrare problemi di respirazione dopo un lauto pasto a base di pollo e delle di lui ossa. La diagnosi non era difficile: con molta probabilità uno di quei vendicativi ossetti, non avendo più alcuna ragione di vita, aveva deciso di piantarsi nella gola del carnefice, nella speranza di portarlo con sé a miglior vita. Il povero osso, però, non aveva considerato che i paladini della felina salute (noi) non conoscono resa né riposo. Così ognuno di noi, lo confesso: segretamente compiaciuto della propria indispensabilità, sbuffando e lamentandosi della sorte (bisogna pur darsi un contegno) si preparò al salvataggio in trasferta. Nell’occasione potevamo per di più avvalerci dello “straniero”: l’amica medico umano che non vedeva l’ora di osservare i “cugini” veterinari all’opera sul campo. Terminato l’intervento, mentre io mi assicuravo che il paziente si risvegliasse tranquillo nel ricovero dove lo avevamo trasferito, Federico e Simonetta iniziarono i preparativi per l’emergenza aretina. Verso le 21 ci mettemmo in macchina con grande dispiego di mezzi, noi deplorando la cattiva sorte, la “cugina umana” tutta eccitata per la novità. Arrivammo sul posto (bellissimo) verso le 22.30, dopo aver coperto più o meno due anni luce di “stradina” bianca che, con molta probabilità, non era ancora mai stata calpestata da un mezzo senza cavalli. Parcheggiammo e scaricammo: la macchina di anestesia portatile con i suoi monitor, DUE endoscopi con telecamera, fonte di luce e monitor, il set chirurgico, la cassetta dei farmaci da emergenza; il necessario insomma per approntare un ospedale da campo che nemmeno la crocerossa! Ci caricammo tutto addosso mentre Federico ci blandiva con promesse di cena luculliana che suor qualcosa ci avrebbe volentieri offerto alla fine. A pieno carico sembravamo i Ghostbusters. Faticosamente ci trascinammo all’interno del convento attraverso il parco infinito (bellissimo) annesso. Suor come si chiama ci venne incontro sorridente (certo! Lei aveva già mangiato) e solo appena turbata dalla mobilitazione di cose e persone che uno stupido ipotetico osso poteva aver provocato. “Federico, come sei stato gentile a venire, non vorrei averti disturbato troppo”.

Ora: io stazzo 100 chili su un metro e novantatrè, diciamo pure che le due dottoresse fossero nascoste dalle borse e scatole che trasportavano, Federico è l’UNICO che abita ad Arezzo: con queste informazioni è facile dedurre che Suor mannaggia non mi ricordo il nome difetta di un’obiettiva capacità di analisi, o quanto meno dovrebbe rivedere il suo concetto di captatio benevolentiae! Sorvolando sul mio lieve essere permaloso, Suor…macomesichiama?!? Ci condusse in uno degli annessi del maniero (dove tra parentesi abitano 4 suore) e intanto “ci” raccontò: “vedi Federico, Lillo è con noi da 10 anni, gli siamo tanto affezionate. Solo che lui ha un carattere così difficile con gli estranei (ci mancava il gatto stron…bisbetico: siamo pur sempre in un convento!): si agita molto e si mette subito sulle difensive (che in proprietaresco significa più o meno: vi salterà alla gola e farà di voi coriandoli; non ne uscirete vivi!). Federico incrociò lo sguardo degli altri 3 convenuti e abbozzò un rassicurante sorriso (porca vacca: ci siamo dimenticati la gabbia di cattura!). Nel varcare la soglia dell’annesso (due cantine piene di marmellate, enormi), visto che i monasteri hanno porte rubate di fresco alle casette dei puffi, sbattei una sonora capocciata e a malapena riuscii a ricacciare in gola lo sproloquio che saliva spontaneo con grandi occhiatacce di tutti, tranne di Suor cosetta che continuò a sorridere…beffarda forse. “il gatto, continuò lei, è stato chiuso dentro il bagnetto dei bimbi (quei poveretti che sfidano ogni settimana l’impervia strada per fare catechismo) ed è lì che lo abbiamo lasciato mezz’ora fa. Ti prego Federico fai attenzione: è davvero un birbante!”.

Per dovere di cavalleria, dopo aver caricato in siringa una dose di anestetico per stendere un cavallo, Federico e io scivolammo nella stanza da bagno richiudendo subito la porta. Al centro della stanza, con gli occhi più tranquilli del mondo, un gatto tigrato ci accolse, senza manifestare alcun disagio.

Ecco io non posso definirmi una persona paziente, ma ho la presunzione di capire quando le sto per prendere di santa ragione da un animale e nessuno dei miei campanelli mentali stava suonando quindi, mentre Federico invocava prudenza, mi avvicinai a Lillo, lo accarezzai e gli iniettai un decimo dell’anestetico che avevo preparato. In 30 secondi il gatto ronfava tranquillo sul pavimento. Gli misi sotto una copertina e, mentre l’eroe del convento iniziava a montare l’endoscopio (e dovete credermi: ci vuole il suo tempo), io curiosai in bocca del felino……………………………………. Ci volle ancor meno che a scrivere questi puntini: una MINUSCOLA vertebra di pollo alloggiava dietro un molare del plateale gatto e mi ci volle un nanosecondo a toglierla. Tornai trionfante da Federico che stava bilanciando il bianco della telecamera dell’endoscopio…se avesse potuto, credo, mi avrebbe sepolto vivo. Gli spettatori che nel frattempo si erano intrufolati nella stanza erano a quel punto impegnati a rotolarsi a terra per le risate, tranne suor cosa lì, che se ne uscì con queste testuali parole: “Federico! Non so proprio che dire: sono così sollevata, che dire: sei il nostro salvatore!”. E se lì il direttore generale del convento, dalla sede distaccata nei Cieli l’avesse fulminata per blasfemia, io credo che avrei sogghignato, ma sorvoliamo: il punto è che IO ero il salvatore. IOOO!!!. Bene! Mi sarei vendicato mangiato le scorte annuali del monastero. 

La povera sorella passò ai convenevoli e ci chiese con raffinate circonlocuzioni quanto ci doveva per il disturbo e noi ci schernimmo: avevamo deciso in partenza che quello sarebbe stato un lavoro pro bono. Iniziammo dicendo che era stata una sciocchezza: si vabbè il viaggio, si vabbè l’ora tarda, la strada impervia, l’intervento di 4 medici, la fame galattica, ma in fondo era pur sempre un piacere fatto ad un’amica di uno di noi…un pasto frugale sarebbe bastato!

Detto fatto: la sorella, non certo mia, tirò fuori quattro vasetti di marmellata dicendo: “prendete queste: le facciamo noi e sono naturalissime, come piccolo segno di gratitudine”. In buona sostanza: ok grazie e fuori dalle balle, che è tardi. Gli sguardi che colpirono Federico ora erano piuttosto penetranti, taglienti e spero dolorosi! Senza battere ciglio ricaricammo arnesi e macchina, ripercorremmo la strada, ancor più odiosa dell’andata e concludemmo il glorioso salvataggio al primo autogrill, mangiando uno striminzito panino…spero almeno che agli inferi ci sia un girone per le ossa di pollo!

lunedì 17 novembre 2008

Gatto geniale

Egregio dottore,

Forse ricorderà di avermi cortesemente donato una cuccia da termosifone per il gattastro (notoriamente molto amante del suddetto utensile da riscaldamento). Con l'arrivo del freddo la cuccia è stata finalmente messa in posizione, e il piccolo genio peloso ha capito subito come usarla (vedi foto allegate).

Lavori in corso


Ci scusiamo per il disagio momentaneo, ma tutto lo staff dell'ambulatorio veterinario è straimpegnato in emergenze, chirurgie, spese folli. Come si dice: lavoriamo per voi. Promettiamo comunque un solerte ritorno al resoconto delle nostre rocambolesche avventure appena riusciremo a trovare la concentrazione necessaria..


PS: come al solito non volevamo abusare del copyright di nessuno, spero che Silver non si offenda, visto che sono un fanatico sostenitore di Lupo Alberto da che ho memoria...

venerdì 15 agosto 2008

Profezie


Era una notte calda e afosa questa volta. Le 2 passate e stavamo aspettando, in un paesino sperduto vicino Siena, un collega con il suo bulldog, Cesare, che ci avrebbe salvato la vita.

Avevo discusso la mia tesi di laurea 3 giorni prima e mi trovavo già in prima linea con Laura, amica di sempre, veterinaria da poco più tempo di me, e Penelope, il suo bassethound, che non la smetteva di sanguinare copiosamente dal naso. La colpevole un’agguerrita quanto, all’epoca per me, sconosciuta Leishmaniosi (ok, non la conoscevo, ma avevo già capito quanto potesse rompere!). Un’occasione d’oro per il mio battesimo di fuoco.
La vicenda si protraeva ormai dalle 18.30 precedenti: Laura mi aveva chiamato dicendomi che Penelope aveva una forte epistassi e non sapeva che fare. A quell’epoca lei faceva già pratica presso un collega quindi, con mia somma invidia, era un pozzo di scienze rispetto a me. Mi disse che le aveva già provate tutte, ma non c’era stato verso di arrestare l’emorragia. L’unica cosa che rimaneva da fare era una trasfusione. Il donatore c’era, quello del suo mentore, bisognava solo arrivare vicino a Torrita di Siena e le serviva un autista, mentre lei avrebbe cercato di evitare che la macchina prendesse le sembianze di un mattatoio ambulante…un apporto tutto veterinario il mio, non c’è che dire…ma poco importa: alle 21, come da istruzioni del collega, ci mettemmo in viaggio. Alle 21.30 eravamo già, puntualissimi, di fronte all’ambulatorio. Nel frattempo il sangue di Penelope aveva rallentato la sua corsa folle verso il mondo esterno, forse perché ne rimaneva troppo poco. La trasfusione rimaneva comunque una necessità impellente viste le copiose perdite. Entrammo in ambulatorio con la copia delle chiavi di Laura ed iniziammo i preparativi per la trasfusione. Erano passato almeno altri 20 minuti ma di Enrico (il collega) e Cesare nessuna traccia.
Alle 22.30, vinti gli indugi, lo richiamammo e lui rispose masticando sonoramente che sarebbe arrivato in una mezz’ora. Noi eravamo digiuni e affamatissimi…accogliemmo la notizia con un …moto d’impazienza, ma non avevamo molte alternative. Alle 23 passate però iniziammo a preoccuparci per le sorti del disgraziato collega. Altra telefonata e finalmente la verità: “Laura scusa ma sono a Roma, però ho finito di mangiare, ora mi metto in macchina e arrivo. Per farla breve torniamo alle 2.30: sonnecchiando sulle poltroncine della sala d’attesa sentimmo una macchina arrivare tipo Starsky e Hutch, sgommando sul piazzale. Ne scese un simil-galeotto con gli occhi spiritati e il sorriso satanico, seguito da un bulldog assolutamente indifferente che ci fece due feste e si gettò sui resti delle nostre pizze. In 5 minuti quello stesso cane se ne stava immobile sul tavolo visite a farsi rubare un po’ di sangue tra schizzi e aghi. A me toccò il compito di agitare la sacca con l’anticoagulante ai piedi del tavolo. Sarà stato il caldo estivo, sarà stata l’ora impossibile o il sangue caldo che si agitava sulle mie mani ma, a dirla tutta, stavo per svenire e mi salvò solo una zolletta di zucchero presa direttamente dalle mani sporchissime di Enrico il quale sentenziò: “ragazzo mio, complimenti per la laurea, ma tu non sarai mai un veterinario!”.

giovedì 14 agosto 2008

Era una notte buia e tempestosa...


L’anno moriva assai dolcemente…mi sarebbe tanto piaciuto iniziare così un mio racconto. Ma più che alle opere di D’Annunzio, i miei pensieri somigliano ai romanzi di Snoopy: “era una notte buia e tempestosa...”.

Era una notte buia e tempestosa, appunto, e ringraziavo il Cielo di essere nel mio letto, al calduccio. E mi godevo tutto quel piovere, bene al sicuro tra le mura della mia casa in Piccione. Era circa mezzanotte ed indugiavo sulle pagine del libro dei libri: La versione di Barney. In poche parole: me la godevo. Niente di male fin qui. Il guaio è che me la godevo e gongolavo su questo mio star bene. Mi gongolavo a tal punto che, immancabile, squillò il telefono. Mentre riconoscevo sconsolato il numero della clinica per la quale lavoravo, mi obbligai mentalmente a trovare le parole magiche che mi avrebbero permesso di aiutare il collega di turno, per il quale ero reperibile (poveraccio!!), senza bisogno di uscire dal letto. Dopo 3 squilli di training autogeno ero pronto a rispondere: “Maurizio! Che succede?” dissi col tono più rassicurante che trovai. “Ciao Alessandro, scusa il disturbo, mi dispiace e bla bla bla” “Maurizio! – tagliai corto – vai al sodo ti prego!”.
“Si beh, ci sarebbe da mettere una cannula ad un cane e proprio non mi riesce…”.
“…Maurizio!!! Fammi capire: secondo te io dovrei lasciare il calduccio del mio letto, affrontare il diluvio universale, farmi 15 chilometri di strada, di cui 2 impraticabili, perché tu non riesci a mettere un ago in vena a un cane!?”
“…eh…mi sa di si…”
FANTASTICO!
Mi alzai come una furia, sembravo un pazzo, mi vestii al buio e scesi in strada. La macchina era giusto a 2 secchi d’acqua dal portone e quando la raggiunsi avrei già dovuto tornare in casa a cambiarmi. Salii imprecando e partii a razzo. La strada bianca, complice l’acqua, sembrava più un torrente da rafting e guadai a valle piuttosto che guidare, non senza difficoltà. Nel frattempo pensavo a cosa ci facessi in macchina con quel tempo, solo per aiutare un collega a fare la prima cosa che ci insegnano appena laureati. Per carità: mica è sempre facile, ma da lì a chiamare un collega nel cuore della notte per una stradannatissima cannula. In un cane per giunta, che come minimo pesava 30 chili a aveva vene come autostrade. Eddai!!
Comunque ormai ero arrivato e tanto valeva sbrigarsi: potevo sempre tornare a casa a godermi ancora un po’ il mio rifugio.
Entrai negli ambulatori e capii, mentre rischiavo un infarto: alle 00.30 di un neonato 16 gennaio, l’intero staff della clinica più qualche amico infiltrato mi aspettava intorno a 29 candele accese e una torta.
Ricordo ancora la sensazione esatta che provai: li avrei uccisi tutti.
Ma chi lo batte un compleanno così??

giovedì 31 luglio 2008

Ai confini della realtà


Sono disposto ad ammettere che i miei racconti siano spesso quasi inverosimili, ma voglio rassicurarvi: è tutto vero. Senza questa premessa, non sarete mai disposti a credere alla mia esperienza AI CONFINI DELLA REALTA’ (uuuuuuuuuuuuuuuuh!!!).
Come gran parte delle cose assurde, tutto ebbe inizio in modo assolutamente normale: era un pomeriggio come tanti di primavera. Avendo lavorato la notte precedente, avevo il giorno libero ed ero ben deciso a godermelo: avevo gambe riposate (e giovani, sigh!), pattini logori e una mazza da hokey nuova fiammante. I miei amici erano già sul campo e prometteva di essere una giornata coi fiocchi. Indovinate? DRIIIIIIIIN!! Lo so, oggi non mi sarei mai portato dietro il telefono, ma all’epoca il cellulare era ancora una mezza novità, quindi me ne separavo mal volentieri. “pronto?”, “Dottore sono Silvana, la proprietaria di Ettore, deve correre da me perché ho un’emergenza”. Silvana era di strada, nessun problema quindi: mi sarei fermato da lei, avrei valutato la situazione e, qualora fosse stata seria, avrei suggerito di portare Ettore in clinica. Figurone e partita salva. Arrivai al cancello di Villa Silvana (Giuro!!) e suonai. Da un punto lontano, imprecisato, si diffuse per un istante il lamento di un cane, che si confuse subito dopo con il frinire di una cicala piuttosto insistente. Guardai l’orologio con un certo disagio: 20 minuti per arrivare al campo…l’uggiolare del cane mi arrivò di nuovo, un po’ più forte e tormentoso. Rimasi dunque sbigottito quando il portone della casa si aprì e vidi Silvana ed Ettore venirmi incontro al cancello. Ettore saltellava allegro…ma allora chi piangeva!? Silvana mi aprì il cancellino pedonale, con modi un po’ nervosi, scusandosi perché il comando da casa non funzionava da qualche giorno (il lamento del cane riprendeva a tratti, spezzando la calma del pomeriggio). La padrona di casa non sembrava ansiosa di svelare l’arcano, dunque mi costrinsi a tagliar corto e le chiesi quale fosse il motivo per cui mi aveva chiamato. Fare molta molta attenzione: questa domanda, fatta al momento giusto (e cioè durante la telefonata), avrebbe potuto evitare questo strano evento. Silvana si decise a dirmi che proprio non riusciva a spiegarsi come fosse accaduta una cosa del genere, che non si era mai trovata di fronte ad una situazione così assurda…”e del resto non voglio trasformarla in uno spettacolo da circo - stava dicendo appunto - Qui bisogna essere cauti e ragionare bene sul da farsi. Preparati, perché potresti avere un piccolo shock”. Durante questa conversazione avevamo colmato la distanza tra noi e il lamento, attraversando il giardino e arrivando alla porta della serra. Silvana impugnò la maniglia. Lo ammetto, mi trovavo ormai in uno strano stato di attesa: qualsiasi cosa ci fosse dall’altra parte della porta non poteva che essere straordinaria. Finalmente la padrona di Ettore (anche lui di fronte alla porta, ma incosciente dell’enfasi del momento) esclamò: “oggi stavo passeggiando con Ettore su in collina ed abbiamo incontrato due cani gemelli congiunti!!”. Aprì la porta e il mio rullo di tamburi mentale si trasformo in un rumore di vetri frantumati. Due cani, incredibilmente simili per mole e aspetto, questo devo ammetterlo, se ne stavano piuttosto spaventati in un angolo della serra, cercando di capire cosa sarebbe successo loro. Guardai Silvana, pallida in viso, che iniziava a comprendere. La sua mente tuttavia, troppo eccitata all’idea della scoperta del secolo, si opponeva ancora alla logica dell’evidenza: “Oh che dolore! Per la la paura devono essere riusciti a staccarsi!”. Guardai Silvana come un genitore che debba dire a suo figlio che Babbo natale non esiste. Le feci notare che non c’era traccia di sangue e che, a occhio e croce, i due cani dovevano essere un maschio e una femmina. Tuttavia, se avesse avuto pazienza, di gemelli in quella serra ne avrebbe visti parecchi, anche se magari non congiunti. Silvana mi guardava interdetta e io non volevo che correre a giocare a hokey. Anche se bruscamente riportai, l’affranta donna alla realtà: le dissi che per i cani è normale, alla fine di un…incontro amoroso, rimanere attacati. Non le chiesi, ma avrei voluto, come diavolo avesse fatto a caricarseli in macchina e poi a spostarli nella serra senza separarli. Mi feci invece aiutare a prendere i cani, cercare i tatuaggi (che per fortuna c’erano) e rintracciare i proprietari. Silvana fece quanto le chiesi, solerte, ma contrariata e la capisco: la sua “scoperta” era molto più eccitante della realtà. Per farla breve i due cani vennero restituiti ai rispettivi proprietari, ma non potei prendermi neppure in parte il merito: ero già impegnato a perdere, credo 12 a 5, la mia agognata partita di hokey.
Del resto…l’importante è partecipare…