lunedì 16 settembre 2013
Questo mestiere qua
martedì 18 dicembre 2012
Non c'è due....
Svelerò subito che questa storia ha un lieto fine. D'accordo la suspance, ma se non mi ripetessi che alla fine tutto si è concluso nel migliore dei modi, sarei a disagio a parlare di quanto avvenuto nei primi giorni dell'ultimo mese dell'ultimo anno.
Quanto segue non ha una reale spiegazione scientifica, quindi come già detto in passato, credetemi sulla parola: la realtà ha molta più fantasia della finzione.
Il caso: cane, tre mesi, maschietto, incrocio boxer con altro generico cane. Delizioso. Nonostante un nome neutrale (Boris), il cane che arrivò da me per la prima visita di routine un mercoledì, il lunedì successivo era in sala chirurgica per una calcolosi tra le più severe che abbia mai visto e, senz'altro, la prima che mi sia capitato di diagnosticare in un animale così giovane. Fin'ora.
Fatto sta che il cane viene sottoposto a chirurgia, una cistotomia per la precisione. E la ripresa è molto buona. La sera stessa, con due ore di anticipo sull'appuntamento, imploro i proprietari di venirselo a prendere, perché il mostrino, in grande spolvero, sta dando segni di impazienza...ed io con lui. Fin qui tutto bene. Quello che mi addolora raccontare è che la notte stessa io piccolo tornò, nuovamente ostruito da alcuni calcoli che avevamo visto radiograficamente nei reni e che avevamo deciso di non asportare per la invasività dell'intervento. Memo mentale: evitare di non seguire un protocollo alla lettera: nel nostro ambulatorio, le quattro volte che, a torto o ragione, abbiamo scelto la via più facile (in questo caso per il paziente), tutto il decorso ha scelto di seguire un cammino...terrificante.
Ma torniamo a Boris: sono le 22.30 e arriva il primo messaggio della proprietaria: "Dr, mi dispiace disturbare, ma Boris, dopo due belle pipì, ora tenta inutilmente d urinare, che facciamo?". Segue mia risposta: "nessun problema (scritto con la fronte imperlata di gelido sudore): è sicuramente l'infiammazione dei tessuti dopo l'insulto chirurgico, aspettiamo un'ora e vediamo che succede". Inizio del calvario psicologico: da quel momento in avanti impiegai il mio tempo con serafica placidità: impastai il pane, bollii cavolo nero e fagioli per la ribollita (non baro: con la pentola a pressione ci metto 45 minuti) e controllai il telefono circa 79 volte.
Finalmente le 23.30 arrivarono e con esse il messaggio che speravo rimanesse una mia paura: "Dott, mi spiace, ma Boris ancora non urina, in compenso non trova pace e tenta inutilmente ormai da un'ora e mezza, pensa che possiamo aspettare". No! Non penso, diamine. Non penso proprio e non penso nemmeno che sia possibile che un cane di 3 mesi abbia 70 grammi di calcoli in vescica. Trovo altresì impossibile che la rimozione degli stessi abbia esitato in una pace di sole 8 ore e mi sembra FOLLE che questo scambio di messaggi stia davvero accadendo. "No, in effetti non è normale, vediamo in ambulatorio tra venti minuti".
Imprecando divinità vere ed inventate per l'occasione, mi rivestii e presi la via angosciosa per il mio ambulatorio. Arrivammo contemporaneamente Roy, i suoi proprietari ed io. Fumai una sigaretta ben augurale e li feci accomodare in sala visite direttamente mentre mi cambiavo. Il fatto di aspettarmelo non rese meno spiacevole la sensazione di percepire una vescica esageratamente distesa nella pancia di quella piccola creatura che, nonostante dolori vari trovava il modo di scodinzolarmi e lanciarmi linguatine affettuose.
"Ragazzi, purtroppo c'è nuovamente un'ostacolo al deflusso di urina, temo di dover mettere un catetere per cercare di arrivare in vescica e svuotarla". "Certo dottore, se possiamo aiutarla..." (Ecco, questa è la formula magica). "Si grazie, dovremo tenerlo fermo e sdraiato sul fianco". Posizionato il cane iniziai ad estrarre il catetere dalla confezione, lo lubrificai ed iniziai l'inserimento. Dopo circa tre secondi dall'inizio della procedura, la proprietaria abbandonò la postazione: "non mi sento molto bene, ho la pressione bassa, secondo me sto per svenire" e si accasciò su una poltroncina. Dovettero passare almeno dieci secondi prima che il proprietario, stoico aiutante, cambiasse il colorito del viso in un preoccupante verde oliva: "temo di non sentirmi molto bene neanche io". "Buttati subito a terra, perché tu a una poltrona non ci arrivi, presto" "no no resist...." È si accasciò al suolo accartocciandsi lentamente su su stesso, con un conclusivo contatto della fronte sul pavimento, il tutto - giuro - ad una velocità incredibilmente lenta!
Così rimasi, col cane sdraiato sul tavolo, i proprietari variamente scomposti nell'ambulatorio, e Boris che, tirata su la testa, mi guardava perplesso...
Epilogo: il giorno successivo, sostituito da Elena, mi godevo il viaggio per la montagna quando ricevetti una telefonata dall'ambulatorio, era Elena: "Non ci crederai mai: ho dovuto cateterizzare nuovamente Boris. Questa volta è svenuta l'amica dei proprietari".
Epilogo bis: purtroppo è stato necessario operare Boris una seconda volta, ma ora lui (e io) siamo felici di dirvi che sta parecchio bene!
lunedì 27 agosto 2012
Ricordi...dolorosi
venerdì 15 giugno 2012
A Cesare quel che è di Cesare
venerdì 8 giugno 2012
giovedì 7 ottobre 2010
Festa!

Come sempre la chiamata era arrivata alla prima portata della cena, quando si abbassa la guardia, un po' per fame, un po' per stanchezza. Indipendentemente dalle manie persecutorie, la situazione era grave, il che mi procurava quel formicolio adrenalinico che il buon senso rifugge e di cui tutti siamo affamati. Come al solito, come un pugile prima di salire sul ring, ripassavo mentalmente le informazioni sul nemico. Ok il cane tenta di vomitare, ma non riesce. Ok è autunno inoltrato e prima o poi pubblicheranno un lavoro che dimostra come le torsioni di stomaco si concentrino nelle prime notti davvero fredde e magari piovose, quelle in cui è ancora più difficile uscire di casa. Ok il cane pesa più di trenta chili (nota post intervento: 61 per la precisione), ok è uno dei miei pazienti preferiti. Bene gli ingredienti del dramma c'erano tutti, era ora di far entrare gli attori, in ordine di apparizione:
Alberto: dogue de bordeaux di sei anni...enorme, con mole e sguardo da vitello, il cane più pacifico che abbia mai conosciuto. Uno di quelli che, al momento della puntura del vaccino ti guarda come se da te proprio non se lo sarebbe mai aspettato, ma ti perdona.
Padrone di Alberto: più o meno come il cane. Alto, indole pacifica, fiducioso. Apparentemente molto distratto, invece attento ai dettagli ed eccellente osservatore.
Il sottoscritto
Federico: nulla da aggiungere, salvo la solita ora di macchina (senza traffico) che lo separa dal suo letto caldo alle emergenze fiorentine
Simonetta: nulla da aggiungere, salvo la solita ora e venti minuti di macchina (senza traffico) che la separa dal proprio letto caldo alle emergenze fiorentine.
La scena: esterno dell'ambulatorio; una strada fitta di auto parcheggiate. Le 10 di sera, buio, sottile pioggia, luci di lampioni, riflessi lucidi aull'asfalto bagnato.
Alberto e padrone già inscena, senza ombrello. L'uomo fuma (il cane no).
Arriva un auto, scende il sottoscritto, senza ombrello. Finisce la sigaretta.
Padrone di Alberto: "Ciao Alessandro, scusa il disturbo ma non sapevo che fare"
Alessandro: "Tranquillo, quando ti tiro fuori il conto vedrai che scusa non la chiedi più". Ammicca e guarda Alberto per valutare la gravità della situazione. Perplessità
I due scambiano battute mentre il sottoscritto apre l'ambulatorio, Alberto se ne sta pazientemente al fianco del padrone, senza dar segno di accorgersi della pioggia.
Cambio scena: l'interno dell'ambulatorio. Luci bianche, odore di disinfettanti, fogli impilati sulla scrivania, il sottoscritto si muove rapidamente per accendere i macchinari di cui avrà bisogno.
Alberto: "........................woff!" un unico, profondo abbaio rivolto al padrone.
Padrone di Alberto: "che c'è impiastro? Vorresti andare via? Potevi pensarci prima di sentirti male"
Il sottoscritto (che nel frattempo si è cambiato). Rientra sghignazzando in sala visite: "Alberto non dargli retta, ha più paura lui di te. Allora vediamo come stai". Abbassa il tavolo visite
Alberto oppone ostinata immobilità di fronte agli inviti a salire. Questi si trasformano presto in perentori comandi e Alberto, sbuffando, inizia poggiando pesantemente una zampa anteriore sul tavolo e poi fissa il padrone, quasi a chiedere se sia davvero quello che gli viene richiesto.
Padrone: "avanti femminuccia, sali tutto su quel tavolo!"
Il cane si decide e, al rallentatore, completa la salita.
Il sottoscritto aziona il comando e Alberto sale ad altezza visitabile.
La perplessità cresce: il cane non sembra in torsione, l'addome non è disteso, non aumenta di volume a vista d'occhio. Inoltre le mucose sono buone, la frequenza cardiaca è normale.
Il sottoscritto: "sono in difficoltà: avrei bisogno di fare una radiografia per capire qualcosa di più. Anzi due: viste le dimensioni di Alberto, per vedere esofago e stomaco mi serviranno due scatti distinti.
Padrone di Alberto: "fai tutto quello che devi, tanto non ti pago"
Il sottoscritto: "bene, allora portatelo da solo il cane sul tavolo radiologico!"
I due prendono il cane, non senza difficoltà, lo trasportano nella saletta radiologica e, sbuffando, lo sdraiano sul tavolo. Il sottoscritto tara la macchina, prepara gli schermi, poi posiziona il cane ed effettua il primo scatto. Mentre aspetta che il digitalizzatore gli mostri l'immagine, scatta anche la seconda.
Il sottoscritto: "lo stomaco in effetti è sovradisteso, pieno d'aria, ma non vedo traccia di torsione, né la definirei una dilatazione tanto imponente..forse è il caso di telefonare a Federico e Simonetta.
Il sottoscritto inserisce anche la seconda cassetta nello scanner.
Il sottoscritto armeggia un buon minuto col cellulare, per riuscire ad effettuare una chiamata a tre.
Il sottoscritto: "ciao, dilatazione moderata, nessun segno di torsione. Qui non ha ancora avuto conati, in effetti sembra stare bene"
Federico: "l'esofago riesci a vederlo?"
Il sottoscritto: "sto andando ora a leggere il secondo scatto"
Simonetta: "non ci posso credere: si è ricordato di fare anche la seconda radiografia!"
Il sottoscritto rimane un secondo di fronte allo schermo, ingrandisce un dettaglio, modifica l'esposizione e poi, sempre al telefono: "non ci crederete mai..quanto vi manca ad arrivare?"
Simonetta: "io sto parcheggiando"
Federico: "io arrivo tra cinque minuti"
Il sottoscritto: "Allora vi lascio un po' di suspance!" e chiude il telefono.
Padrone di Alberto: "allora, si vede qualcosa?"
Il sottoscritto: "in effetti si, ma devi aspettare anche tu. Piuttosto, oggi è il...?"
Padrone di Alberto, senza un attimo di esitazione: "oggi è il 16 novembre! Compleanno di mia moglie"
Il sottoscritto, affettando sorpresa: "noo! Allora magari questa salsiccia formato gigante ha anche interrotto una festa!"
Padrone di Alberto: "niente di che: eravamo noi con la bambina, ho cucinato io e avevamo appena stappato lo champagne e avviato la torta, quando Alberto ha iniziato a stare male"
Simonetta: "ciaononmidirenientebuonaseraèquestalalastra?"
Il sottoscritto, ridendo: "si ma non dire niente neanche tu"
Simonetta si avvicina al monitor di visualizzazione, prende in mano il mouse per aggiustarsi l'immagine, ma dopo un secondo si gira verso il sottoscritto e scoppia a ridere
Nel frattempo arriva anche Federico, con un tempismo eccezionale, saluta, guarda il monitor: "non ci posso credere"
Il sottoscritto: "si, stavamo giusto dicendo che oggi è il compleanno della padrona di Alberto"
Federico: "ah certo. Bevuto champagne?
Padrone di Alberto: "si ma...non mi dite che il cane ha rubato l'alcool! No. Me ne sarei accorto!"
Il sottoscritto: "certo che vi trattate bene quando bevete, guarda questo" indica un'ombra sul monitor, aumenta leggermente il dettaglio e il padrone di Alberto si avvicina allo schermo
Padrone di Alberto: (piuttosto eccitato) "ma...ma è il tappo della bottiglia, qui si legge anche moet!"
Il sottoscritto: "direi che la diagnosi non è particolarmente complicata. Dobbiamo fare un'endoscopia e provare a toglierlo, ma non credo che sarà molto difficile, viste le dimensioni di Alberto"
Il cane, sentendo il proprio nome, si gira verso il sottoscritto, estende la testa sul collo e rigurgita il tappo, seguito da un boato di aria che esce dallo stomaco.
Federico: "no, in effetti non sarà molto difficile"
Risate, sipario.
martedì 9 febbraio 2010
Gli occhi del carnefice
Ore tre dicevo. Sdraiato in un canile puzzolente a cercare di porre
fine alle sofferenze di un cane che ha tutte le carte in regola per
poter fare da solo: 21 anni, un diabete scompensatissimo, cardiopatico e forse qualche altra cosa che non ho indagato. È buio e fa anche
parecchio freddo. Mi illumina come riesce la padrona del cane. Le
batterie della sua cadaverica torcia devono avere l'età dell'animale.
La mano della signora invece deve avere bevuto un po' perché proprio
non riesce a star ferma. Sembrano gli ingredienti di un horror. Ma
questi non sono comunque mai momenti semplici. In compenso la signora
è in vena di chiacchiere e questo è di conforto: su quel pavimento di
terra battuta, mentre cerco una vena del disgraziato animale,
intorpidito dal gelo, potrei anche addormentarmi. Mi racconta di quel
mucchietto d'ossi che sto per mandare ai campi elisi. Me lo descrive
atletico, muscoloso e coraggioso. Me ne racconta le gesta. Gran
sterminatore di galline. Conquistatore instancabile, pluripadre
irresponsabile. E quella volta che fece scappare un cacciatore? Coi
bambini è sempre stato feroce. Pare che una volta abbia boicottato il
compleanno estivo di qualche generico nipote avvalendosi di armi
acustiche e un assalto alle vettovaglie coronato dal successo. Poi
arriviamo al declino. Le passeggiate sempre più rade, infine l'esilio
in quel misero recinto. Tre giorni prima il verdetto. E ora
l'attuazione della sentenza. E mentre somministro l'anestesia generale
che precede l'eutanasia, capisco. Che un po' sto ammazzando anche la
vecchia signora. Che sono 21 anni di affetti che sto per interrompere.
Sto sempre più scomodo in quel recinto, inginocchiato di fronte al
cane ora. Che per fortuna è bianco e c'è uno spicchio di luna.
Altrimenti non saprei neppure da che parte sia la testa. Cerco di
concentrarmi sugli aspetti tecnici. E si riparte di resoconti di una
vita. Mi assale un gran freddo mentre percepisco il coraggio di questa
maledetta chiamata notturna. Questo cane morirà comunque tra mezza
giornata. E la vecchia signora invece mi ha tirato giù dal letto
perché, per fargli lo sconto di qualche ora di agonia, è disposta a
illuminare gli occhi del boia e a raddrizzare la voce che trema anche
più della mano. Sono pronto ora. Chiedo alla signora se preferisce
rientrare in casa. Avverto il disagio di averle proposto di andare
via: il giardino tra canile e casa è enorme e piuttosto inospitale.
Potrei essere assalito da qualche vaga creatura. O peggio: farmela
addosso per la paura. Lei rifiuta le mie premure (grazie!). Inizio a
somministrare il farmaco. Sospiro. Fine. Ora corri.
sabato 2 gennaio 2010
Veterinari o speleologi?
PS: buon anno nuovo a tutti!
mercoledì 23 dicembre 2009
Dieci piccoli indiani..
Dopo una notte di neve fitta fitta, sono andato a lavoro, sabato mattina scorso, con la chiara percezione che la maggior parte degli appuntamenti fissati sarebbe saltata, in una città paralizzata da un gigantesco mantello bianco. E così è iniziata la mattina: cinque telefonate di fila e cinque richieste di rinvio per vaccini e visite previsti. Poi però i miei clienti hanno iniziato a prendere confidenza con la neve e quindi, mentre Federico e Simonetta disseppellivano le macchine per tornarsene a casa dopo un'imprevista notte fiorentina, i pazienti avevano iniziato riluttanti a salire sul tavolo visite. Alle 12 ancora vedevo lontana la fine delle fatiche... DRIIIIIIIIIIN!! (Lo avete riconosciuto? Esatto: lo squillo della tragedia in arrivo). "Ciao Alessandro sono Serena, la proprietaria di Asia, ti ricordi?". Ammetto senza vergogna di riconoscere in me chiari (e preoccupanti) segni di smemoratezza, quindi la domanda non è del tutto fuori luogo, ma una cagna di 8 anni, "obesa" e quasi a termine della sua prima gravidanza è uno di quei pensieri che non ti lasciano in pace neppure nei sogni. Soprattutto quando c'è un week end in agguato = "Si".
giovedì 5 novembre 2009
Lo chiameremo...Lucky! (ovvero: manuale pratico su come scegliere un nome per il proprio animale, senza commettere catastrofici errori)
cavallo, produce in noi perversi meccanismi di patologia creativa che
gli psicologi più affermati dividono in 6 categorie.
Proprietari antropomorfizzatori: non ce la fanno proprio. Il loro
animale si DEVE chiamare come una persona, celebre o meno che sia.
Poppea, Augusto, Elvis, Lapo (!) ecc. (...questa è, diciamocelo, la mia
categoria e, sempre secondo illustri menti della psicologia, la
categoria di chi si relaziona meglio col proprio cane che con i propri
consimili).
Proprietari affetti da Fanatismo televisivo: la serie preferita, il
cartone animato dell'infanzia offrono infiniti spunti per chi alla
realtà preferisce la fiction. In questo gruppo rientrano gli ignari
Gigen, Stitch, Tetsuia, ma anche Rex (unico nome evidentemente per il
pastore tedesco) o Zeus e Apollo (molto in auge per le coppie); ma DI
SICURO la coppia di nomi più abusata la dobbiamo alla Disney: ogni
volta che esco di casa con i miei cani, non c'è genitore che incontri
che non si senta obbligato a dire al proprio bambino: "guarda amore:
Pongo e Peggie!!"
Proprietari monomaniaci: qualunque sia il nome scelto, potete
moltiplicarlo per gli enne cani che faranno parte della famiglia: il
nome non cambierà MAI (Cora 1,2,3,4,5..). È questa una patologia in
cui il proprietario si illude di congelare il tempo fingendo di avere
sempre lo stesso cane.
Proprietari affetti da temibile "sindrome del viaggiatore"; qui i cani
si chiamano come nazioni o continenti: Africa, India, Australia.
Generalmente posti di cui il proprietario conserva una nostalgia o un
desierio. Ma vorrei sollevare una questione: perché nessun cane si
chiama Lussemburgo o Lichtestein?
Proprietari Cabarettisti: chi non ha mai pensato di trovare un nome
divertente, che suscitasse il riso negli interlocutori?E qui ci sono
svariate opzioni: si può scegliere un nome di per sé ridicolo (Banana
eg), oppure giocare di ironia, quindi l'Alano si chiamerà pulce e il
cihuahua Golia o Attila...la cattiveria più grande che ho visto in
questo ambito è un cane chiamato "Gatto"...un po' di rispetto!!
Ora ci addentriamo in una sfera pericolosetta, quindi non leggete a
voce alta:
Proprietari affetti da Avventatezza: appartiene a questa categoria un
solo nome. Onestamente ho anche paura a scriverlo. Lo dico eh...Lucky!
"fortunato"!??! Più che avventati, i proprietari che scelgono questo
nome sono sprovveduti o sfrontati! Si perché per quanto mi sforzi, non
ricordo un solo Lucky che abbia concluso la sua esperienza terrena x
cause naturali!
lunedì 31 agosto 2009
I come e i perché!

Out for emergency
giovedì 27 agosto 2009
Pruriti di stagione

mercoledì 29 luglio 2009
Per fortuna i clienti!!




| Egregio dottore, Sono molto preoccupata per il Suo paziente Mao (detto il Panza). Stamattina ha manifestato alcuni inquietanti sintomi, che suggeriscono la presenza di un grave stress psicologico. Potrà notarne alcuni nelle foto che mi pregio di allegarLe: - la tendenza ad adattarsi il più possibile alla forma del supporto (foto 1), a disporsi secondo profili trapezoidali (foto 5) e ad allungarsi fino al massimo limite anatomicamente consentito (foto 6) - la posizione fortemente anomala del gomito, sicuro indicatore di uno stato di tensione (foto 3) - e infine, e questo è ESTREMAMENTE preoccupante, l'esposizione del piedino rosa (foto 8). Mi dica, cosa devo fare? Sono molto in ansia. Cordiali e rispettosi saluti La Sua disperata cliente ...intende a parte cambiare sistema di numerazione? :o) |
sabato 20 dicembre 2008
I quattro dell'apocalisse..

Che il nostro non sia un lavoro convenzionale lo si comprende facilmente: la malattia non dà tregua e l’emergenza sa scegliere orari e luoghi spesso originali, addirittura bizzarri. Per questo nessuno di noi si stupì più di tanto quando, alle 20 circa, con le mani di Federico e Simonetta (i miei impagabili amici/collaboratori) ben affondate nella pancia di un paziente e i miei occhi fissi sui monitor di anestesia, arrivò una telefonata: dal convento di Arezzo, suor non mi ricordo come si chiama, amica carissima di Federico, ci comunicava trafelata che il gatto più anziano della loro nutrita colonia aveva improvvisamente iniziato a mostrare problemi di respirazione dopo un lauto pasto a base di pollo e delle di lui ossa. La diagnosi non era difficile: con molta probabilità uno di quei vendicativi ossetti, non avendo più alcuna ragione di vita, aveva deciso di piantarsi nella gola del carnefice, nella speranza di portarlo con sé a miglior vita. Il povero osso, però, non aveva considerato che i paladini della felina salute (noi) non conoscono resa né riposo. Così ognuno di noi, lo confesso: segretamente compiaciuto della propria indispensabilità, sbuffando e lamentandosi della sorte (bisogna pur darsi un contegno) si preparò al salvataggio in trasferta. Nell’occasione potevamo per di più avvalerci dello “straniero”: l’amica medico umano che non vedeva l’ora di osservare i “cugini” veterinari all’opera sul campo. Terminato l’intervento, mentre io mi assicuravo che il paziente si risvegliasse tranquillo nel ricovero dove lo avevamo trasferito, Federico e Simonetta iniziarono i preparativi per l’emergenza aretina. Verso le 21 ci mettemmo in macchina con grande dispiego di mezzi, noi deplorando la cattiva sorte, la “cugina umana” tutta eccitata per la novità. Arrivammo sul posto (bellissimo) verso le 22.30, dopo aver coperto più o meno due anni luce di “stradina” bianca che, con molta probabilità, non era ancora mai stata calpestata da un mezzo senza cavalli. Parcheggiammo e scaricammo: la macchina di anestesia portatile con i suoi monitor, DUE endoscopi con telecamera, fonte di luce e monitor, il set chirurgico, la cassetta dei farmaci da emergenza; il necessario insomma per approntare un ospedale da campo che nemmeno la crocerossa! Ci caricammo tutto addosso mentre Federico ci blandiva con promesse di cena luculliana che suor qualcosa ci avrebbe volentieri offerto alla fine. A pieno carico sembravamo i Ghostbusters. Faticosamente ci trascinammo all’interno del convento attraverso il parco infinito (bellissimo) annesso. Suor come si chiama ci venne incontro sorridente (certo! Lei aveva già mangiato) e solo appena turbata dalla mobilitazione di cose e persone che uno stupido ipotetico osso poteva aver provocato. “Federico, come sei stato gentile a venire, non vorrei averti disturbato troppo”.
Ora: io stazzo 100 chili su un metro e novantatrè, diciamo pure che le due dottoresse fossero nascoste dalle borse e scatole che trasportavano, Federico è l’UNICO che abita ad Arezzo: con queste informazioni è facile dedurre che Suor mannaggia non mi ricordo il nome difetta di un’obiettiva capacità di analisi, o quanto meno dovrebbe rivedere il suo concetto di captatio benevolentiae! Sorvolando sul mio lieve essere permaloso, Suor…macomesichiama?!? Ci condusse in uno degli annessi del maniero (dove tra parentesi abitano 4 suore) e intanto “ci” raccontò: “vedi Federico, Lillo è con noi da 10 anni, gli siamo tanto affezionate. Solo che lui ha un carattere così difficile con gli estranei (ci mancava il gatto stron…bisbetico: siamo pur sempre in un convento!): si agita molto e si mette subito sulle difensive (che in proprietaresco significa più o meno: vi salterà alla gola e farà di voi coriandoli; non ne uscirete vivi!). Federico incrociò lo sguardo degli altri 3 convenuti e abbozzò un rassicurante sorriso (porca vacca: ci siamo dimenticati la gabbia di cattura!). Nel varcare la soglia dell’annesso (due cantine piene di marmellate, enormi), visto che i monasteri hanno porte rubate di fresco alle casette dei puffi, sbattei una sonora capocciata e a malapena riuscii a ricacciare in gola lo sproloquio che saliva spontaneo con grandi occhiatacce di tutti, tranne di Suor cosetta che continuò a sorridere…beffarda forse. “il gatto, continuò lei, è stato chiuso dentro il bagnetto dei bimbi (quei poveretti che sfidano ogni settimana l’impervia strada per fare catechismo) ed è lì che lo abbiamo lasciato mezz’ora fa. Ti prego Federico fai attenzione: è davvero un birbante!”.
Per dovere di cavalleria, dopo aver caricato in siringa una dose di anestetico per stendere un cavallo, Federico e io scivolammo nella stanza da bagno richiudendo subito la porta. Al centro della stanza, con gli occhi più tranquilli del mondo, un gatto tigrato ci accolse, senza manifestare alcun disagio.
Ecco io non posso definirmi una persona paziente, ma ho la presunzione di capire quando le sto per prendere di santa ragione da un animale e nessuno dei miei campanelli mentali stava suonando quindi, mentre Federico invocava prudenza, mi avvicinai a Lillo, lo accarezzai e gli iniettai un decimo dell’anestetico che avevo preparato. In 30 secondi il gatto ronfava tranquillo sul pavimento. Gli misi sotto una copertina e, mentre l’eroe del convento iniziava a montare l’endoscopio (e dovete credermi: ci vuole il suo tempo), io curiosai in bocca del felino……………………………………. Ci volle ancor meno che a scrivere questi puntini: una MINUSCOLA vertebra di pollo alloggiava dietro un molare del plateale gatto e mi ci volle un nanosecondo a toglierla. Tornai trionfante da Federico che stava bilanciando il bianco della telecamera dell’endoscopio…se avesse potuto, credo, mi avrebbe sepolto vivo. Gli spettatori che nel frattempo si erano intrufolati nella stanza erano a quel punto impegnati a rotolarsi a terra per le risate, tranne suor cosa lì, che se ne uscì con queste testuali parole: “Federico! Non so proprio che dire: sono così sollevata, che dire: sei il nostro salvatore!”. E se lì il direttore generale del convento, dalla sede distaccata nei Cieli l’avesse fulminata per blasfemia, io credo che avrei sogghignato, ma sorvoliamo: il punto è che IO ero il salvatore. IOOO!!!. Bene! Mi sarei vendicato mangiato le scorte annuali del monastero.
La povera sorella passò ai convenevoli e ci chiese con raffinate circonlocuzioni quanto ci doveva per il disturbo e noi ci schernimmo: avevamo deciso in partenza che quello sarebbe stato un lavoro pro bono. Iniziammo dicendo che era stata una sciocchezza: si vabbè il viaggio, si vabbè l’ora tarda, la strada impervia, l’intervento di 4 medici, la fame galattica, ma in fondo era pur sempre un piacere fatto ad un’amica di uno di noi…un pasto frugale sarebbe bastato!
Detto fatto: la sorella, non certo mia, tirò fuori quattro vasetti di marmellata dicendo: “prendete queste: le facciamo noi e sono naturalissime, come piccolo segno di gratitudine”. In buona sostanza: ok grazie e fuori dalle balle, che è tardi. Gli sguardi che colpirono Federico ora erano piuttosto penetranti, taglienti e spero dolorosi! Senza battere ciglio ricaricammo arnesi e macchina, ripercorremmo la strada, ancor più odiosa dell’andata e concludemmo il glorioso salvataggio al primo autogrill, mangiando uno striminzito panino…spero almeno che agli inferi ci sia un girone per le ossa di pollo!
lunedì 17 novembre 2008
Gatto geniale
Forse ricor
derà di avermi cortesemente donato una cuccia da termosifone per il gattastro (notoriamente molto amante del suddetto utensile da riscaldamento). Con l'arrivo del freddo la cuccia è stata finalmente messa in posizione, e il piccolo genio peloso ha capito subito come usarla (vedi foto
all
egate).
Lavori in corso

Ci scusiamo per il disagio momentaneo, ma tutto lo staff dell'ambulatorio veterinario è straimpegnato in emergenze, chirurgie, spese folli. Come si dice: lavoriamo per voi. Promettiamo comunque un solerte ritorno al resoconto delle nostre rocambolesche avventure appena riusciremo a trovare la concentrazione necessaria..
venerdì 15 agosto 2008
Profezie

Avevo discusso la mia tesi di laurea 3 giorni prima e mi trovavo già in prima linea con Laura, amica di sempre, veterinaria da poco più tempo di me, e Penelope, il suo bassethound, che non la smetteva di sanguinare copiosamente dal naso. La colpevole un’agguerrita quanto, all’epoca per me, sconosciuta Leishmaniosi (ok, non la conoscevo, ma avevo già capito quanto potesse rompere!). Un’occasione d’oro per il mio battesimo di fuoco.
La vicenda si protraeva ormai dalle 18.30 precedenti: Laura mi aveva chiamato dicendomi che Penelope aveva una forte epistassi e non sapeva che fare. A quell’epoca lei faceva già pratica presso un collega quindi, con mia somma invidia, era un pozzo di scienze rispetto a me. Mi disse che le aveva già provate tutte, ma non c’era stato verso di arrestare l’emorragia. L’unica cosa che rimaneva da fare era una trasfusione. Il donatore c’era, quello del suo mentore, bisognava solo arrivare vicino a Torrita di Siena e le serviva un autista, mentre lei avrebbe cercato di evitare che la macchina prendesse le sembianze di un mattatoio ambulante…un apporto tutto veterinario il mio, non c’è che dire…ma poco importa: alle 21, come da istruzioni del collega, ci mettemmo in viaggio. Alle 21.30 eravamo già, puntualissimi, di fronte all’ambulatorio. Nel frattempo il sangue di Penelope aveva rallentato la sua corsa folle verso il mondo esterno, forse perché ne rimaneva troppo poco. La trasfusione rimaneva comunque una necessità impellente viste le copiose perdite. Entrammo in ambulatorio con la copia delle chiavi di Laura ed iniziammo i preparativi per la trasfusione. Erano passato almeno altri 20 minuti ma di Enrico (il collega) e Cesare nessuna traccia.
Alle 22.30, vinti gli indugi, lo richiamammo e lui rispose masticando sonoramente che sarebbe arrivato in una mezz’ora. Noi eravamo digiuni e affamatissimi…accogliemmo la notizia con un …moto d’impazienza, ma non avevamo molte alternative. Alle 23 passate però iniziammo a preoccuparci per le sorti del disgraziato collega. Altra telefonata e finalmente la verità: “Laura scusa ma sono a Roma, però ho finito di mangiare, ora mi metto in macchina e arrivo. Per farla breve torniamo alle 2.30: sonnecchiando sulle poltroncine della sala d’attesa sentimmo una macchina arrivare tipo Starsky e Hutch, sgommando sul piazzale. Ne scese un simil-galeotto con gli occhi spiritati e il sorriso satanico, seguito da un bulldog assolutamente indifferente che ci fece due feste e si gettò sui resti delle nostre pizze. In 5 minuti quello stesso cane se ne stava immobile sul tavolo visite a farsi rubare un po’ di sangue tra schizzi e aghi. A me toccò il compito di agitare la sacca con l’anticoagulante ai piedi del tavolo. Sarà stato il caldo estivo, sarà stata l’ora impossibile o il sangue caldo che si agitava sulle mie mani ma, a dirla tutta, stavo per svenire e mi salvò solo una zolletta di zucchero presa direttamente dalle mani sporchissime di Enrico il quale sentenziò: “ragazzo mio, complimenti per la laurea, ma tu non sarai mai un veterinario!”.
giovedì 14 agosto 2008
Era una notte buia e tempestosa...
Era una notte buia e tempestosa, appunto, e ringraziavo il Cielo di essere nel mio letto, al calduccio. E mi godevo tutto quel piovere, bene al sicuro tra le mura della mia casa in Piccione. Era circa mezzanotte ed indugiavo sulle pagine del libro dei libri: La versione di Barney. In poche parole: me la godevo. Niente di male fin qui. Il guaio è che me la godevo e gongolavo su questo mio star bene. Mi gongolavo a tal punto che, immancabile, squillò il telefono. Mentre riconoscevo sconsolato il numero della clinica per la quale lavoravo, mi obbligai mentalmente a trovare le parole magiche che mi avrebbero permesso di aiutare il collega di turno, per il quale ero reperibile (poveraccio!!), senza bisogno di uscire dal letto. Dopo 3 squilli di training autogeno ero pronto a rispondere: “Maurizio! Che succede?” dissi col tono più rassicurante che trovai. “Ciao Alessandro, scusa il disturbo, mi dispiace e bla bla bla” “Maurizio! – tagliai corto – vai al sodo ti prego!”.
“Si beh, ci sarebbe da mettere una cannula ad un cane e proprio non mi riesce…”.
“…Maurizio!!! Fammi capire: secondo te io dovrei lasciare il calduccio del mio letto, affrontare il diluvio universale, farmi 15 chilometri di strada, di cui 2 impraticabili, perché tu non riesci a mettere un ago in vena a un cane!?”
“…eh…mi sa di si…”
FANTASTICO!
Mi alzai come una furia, sembravo un pazzo, mi vestii al buio e scesi in strada. La macchina era giusto a 2 secchi d’acqua dal portone e quando la raggiunsi avrei già dovuto tornare in casa a cambiarmi. Salii imprecando e partii a razzo. La strada bianca, complice l’acqua, sembrava più un torrente da rafting e guadai a valle piuttosto che guidare, non senza difficoltà. Nel frattempo pensavo a cosa ci facessi in macchina con quel tempo, solo per aiutare un collega a fare la prima cosa che ci insegnano appena laureati. Per carità: mica è sempre facile, ma da lì a chiamare un collega nel cuore della notte per una stradannatissima cannula. In un cane per giunta, che come minimo pesava 30 chili a aveva vene come autostrade. Eddai!!
Comunque ormai ero arrivato e tanto valeva sbrigarsi: potevo sempre tornare a casa a godermi ancora un po’ il mio rifugio.
Entrai negli ambulatori e capii, mentre rischiavo un infarto: alle 00.30 di un neonato 16 gennaio, l’intero staff della clinica più qualche amico infiltrato mi aspettava intorno a 29 candele accese e una torta.
Ricordo ancora la sensazione esatta che provai: li avrei uccisi tutti.
Ma chi lo batte un compleanno così??
giovedì 31 luglio 2008
Ai confini della realtà

Come gran parte delle cose assurde, tutto ebbe inizio in modo assolutamente normale: era un pomeriggio come tanti di primavera. Avendo lavorato la notte precedente, avevo il giorno libero ed ero ben deciso a godermelo: avevo gambe riposate (e giovani, sigh!), pattini logori e una mazza da hokey nuova fiammante. I miei amici erano già sul campo e prometteva di essere una giornata coi fiocchi. Indovinate? DRIIIIIIIIN!! Lo so, oggi non mi sarei mai portato dietro il telefono, ma all’epoca il cellulare era ancora una mezza novità, quindi me ne separavo mal volentieri. “pronto?”, “Dottore sono Silvana, la proprietaria di Ettore, deve correre da me perché ho un’emergenza”. Silvana era di strada, nessun problema quindi: mi sarei fermato da lei, avrei valutato la situazione e, qualora fosse stata seria, avrei suggerito di portare Ettore in clinica. Figurone e partita salva. Arrivai al cancello di Villa Silvana (Giuro!!) e suonai. Da un punto lontano, imprecisato, si diffuse per un istante il lamento di un cane, che si confuse subito dopo con il frinire di una cicala piuttosto insistente. Guardai l’orologio con un certo disagio: 20 minuti per arrivare al campo…l’uggiolare del cane mi arrivò di nuovo, un po’ più forte e tormentoso. Rimasi dunque sbigottito quando il portone della casa si aprì e vidi Silvana ed Ettore venirmi incontro al cancello. Ettore saltellava allegro…ma allora chi piangeva!? Silvana mi aprì il cancellino pedonale, con modi un po’ nervosi, scusandosi perché il comando da casa non funzionava da qualche giorno (il lamento del cane riprendeva a tratti, spezzando la calma del pomeriggio). La padrona di casa non sembrava ansiosa di svelare l’arcano, dunque mi costrinsi a tagliar corto e le chiesi quale fosse il motivo per cui mi aveva chiamato. Fare molta molta attenzione: questa domanda, fatta al momento giusto (e cioè durante la telefonata), avrebbe potuto evitare questo strano evento. Silvana si decise a dirmi che proprio non riusciva a spiegarsi come fosse accaduta una cosa del genere, che non si era mai trovata di fronte ad una situazione così assurda…”e del resto non voglio trasformarla in uno spettacolo da circo - stava dicendo appunto - Qui bisogna essere cauti e ragionare bene sul da farsi. Preparati, perché potresti avere un piccolo shock”. Durante questa conversazione avevamo colmato la distanza tra noi e il lamento, attraversando il giardino e arrivando alla porta della serra. Silvana impugnò la maniglia. Lo ammetto, mi trovavo ormai in uno strano stato di attesa: qualsiasi cosa ci fosse dall’altra parte della porta non poteva che essere straordinaria. Finalmente la padrona di Ettore (anche lui di fronte alla porta, ma incosciente dell’enfasi del momento) esclamò: “oggi stavo passeggiando con Ettore su in collina ed abbiamo incontrato due cani gemelli congiunti!!”. Aprì la porta e il mio rullo di tamburi mentale si trasformo in un rumore di vetri frantumati. Due cani, incredibilmente simili per mole e aspetto, questo devo ammetterlo, se ne stavano piuttosto spaventati in un angolo della serra, cercando di capire cosa sarebbe successo loro. Guardai Silvana, pallida in viso, che iniziava a comprendere. La sua mente tuttavia, troppo eccitata all’idea della scoperta del secolo, si opponeva ancora alla logica dell’evidenza: “Oh che dolore! Per la la paura devono essere riusciti a staccarsi!”. Guardai Silvana come un genitore che debba dire a suo figlio che Babbo natale non esiste. Le feci notare che non c’era traccia di sangue e che, a occhio e croce, i due cani dovevano essere un maschio e una femmina. Tuttavia, se avesse avuto pazienza, di gemelli in quella serra ne avrebbe visti parecchi, anche se magari non congiunti. Silvana mi guardava interdetta e io non volevo che correre a giocare a hokey. Anche se bruscamente riportai, l’affranta donna alla realtà: le dissi che per i cani è normale, alla fine di un…incontro amoroso, rimanere attacati. Non le chiesi, ma avrei voluto, come diavolo avesse fatto a caricarseli in macchina e poi a spostarli nella serra senza separarli. Mi feci invece aiutare a prendere i cani, cercare i tatuaggi (che per fortuna c’erano) e rintracciare i proprietari. Silvana fece quanto le chiesi, solerte, ma contrariata e la capisco: la sua “scoperta” era molto più eccitante della realtà. Per farla breve i due cani vennero restituiti ai rispettivi proprietari, ma non potei prendermi neppure in parte il merito: ero già impegnato a perdere, credo 12 a 5, la mia agognata partita di hokey.


