lunedì 17 novembre 2008

Gatto geniale

Egregio dottore,

Forse ricorderà di avermi cortesemente donato una cuccia da termosifone per il gattastro (notoriamente molto amante del suddetto utensile da riscaldamento). Con l'arrivo del freddo la cuccia è stata finalmente messa in posizione, e il piccolo genio peloso ha capito subito come usarla (vedi foto allegate).

Lavori in corso


Ci scusiamo per il disagio momentaneo, ma tutto lo staff dell'ambulatorio veterinario è straimpegnato in emergenze, chirurgie, spese folli. Come si dice: lavoriamo per voi. Promettiamo comunque un solerte ritorno al resoconto delle nostre rocambolesche avventure appena riusciremo a trovare la concentrazione necessaria..


PS: come al solito non volevamo abusare del copyright di nessuno, spero che Silver non si offenda, visto che sono un fanatico sostenitore di Lupo Alberto da che ho memoria...

venerdì 15 agosto 2008

Profezie


Era una notte calda e afosa questa volta. Le 2 passate e stavamo aspettando, in un paesino sperduto vicino Siena, un collega con il suo bulldog, Cesare, che ci avrebbe salvato la vita.

Avevo discusso la mia tesi di laurea 3 giorni prima e mi trovavo già in prima linea con Laura, amica di sempre, veterinaria da poco più tempo di me, e Penelope, il suo bassethound, che non la smetteva di sanguinare copiosamente dal naso. La colpevole un’agguerrita quanto, all’epoca per me, sconosciuta Leishmaniosi (ok, non la conoscevo, ma avevo già capito quanto potesse rompere!). Un’occasione d’oro per il mio battesimo di fuoco.
La vicenda si protraeva ormai dalle 18.30 precedenti: Laura mi aveva chiamato dicendomi che Penelope aveva una forte epistassi e non sapeva che fare. A quell’epoca lei faceva già pratica presso un collega quindi, con mia somma invidia, era un pozzo di scienze rispetto a me. Mi disse che le aveva già provate tutte, ma non c’era stato verso di arrestare l’emorragia. L’unica cosa che rimaneva da fare era una trasfusione. Il donatore c’era, quello del suo mentore, bisognava solo arrivare vicino a Torrita di Siena e le serviva un autista, mentre lei avrebbe cercato di evitare che la macchina prendesse le sembianze di un mattatoio ambulante…un apporto tutto veterinario il mio, non c’è che dire…ma poco importa: alle 21, come da istruzioni del collega, ci mettemmo in viaggio. Alle 21.30 eravamo già, puntualissimi, di fronte all’ambulatorio. Nel frattempo il sangue di Penelope aveva rallentato la sua corsa folle verso il mondo esterno, forse perché ne rimaneva troppo poco. La trasfusione rimaneva comunque una necessità impellente viste le copiose perdite. Entrammo in ambulatorio con la copia delle chiavi di Laura ed iniziammo i preparativi per la trasfusione. Erano passato almeno altri 20 minuti ma di Enrico (il collega) e Cesare nessuna traccia.
Alle 22.30, vinti gli indugi, lo richiamammo e lui rispose masticando sonoramente che sarebbe arrivato in una mezz’ora. Noi eravamo digiuni e affamatissimi…accogliemmo la notizia con un …moto d’impazienza, ma non avevamo molte alternative. Alle 23 passate però iniziammo a preoccuparci per le sorti del disgraziato collega. Altra telefonata e finalmente la verità: “Laura scusa ma sono a Roma, però ho finito di mangiare, ora mi metto in macchina e arrivo. Per farla breve torniamo alle 2.30: sonnecchiando sulle poltroncine della sala d’attesa sentimmo una macchina arrivare tipo Starsky e Hutch, sgommando sul piazzale. Ne scese un simil-galeotto con gli occhi spiritati e il sorriso satanico, seguito da un bulldog assolutamente indifferente che ci fece due feste e si gettò sui resti delle nostre pizze. In 5 minuti quello stesso cane se ne stava immobile sul tavolo visite a farsi rubare un po’ di sangue tra schizzi e aghi. A me toccò il compito di agitare la sacca con l’anticoagulante ai piedi del tavolo. Sarà stato il caldo estivo, sarà stata l’ora impossibile o il sangue caldo che si agitava sulle mie mani ma, a dirla tutta, stavo per svenire e mi salvò solo una zolletta di zucchero presa direttamente dalle mani sporchissime di Enrico il quale sentenziò: “ragazzo mio, complimenti per la laurea, ma tu non sarai mai un veterinario!”.

giovedì 14 agosto 2008

Era una notte buia e tempestosa...


L’anno moriva assai dolcemente…mi sarebbe tanto piaciuto iniziare così un mio racconto. Ma più che alle opere di D’Annunzio, i miei pensieri somigliano ai romanzi di Snoopy: “era una notte buia e tempestosa...”.

Era una notte buia e tempestosa, appunto, e ringraziavo il Cielo di essere nel mio letto, al calduccio. E mi godevo tutto quel piovere, bene al sicuro tra le mura della mia casa in Piccione. Era circa mezzanotte ed indugiavo sulle pagine del libro dei libri: La versione di Barney. In poche parole: me la godevo. Niente di male fin qui. Il guaio è che me la godevo e gongolavo su questo mio star bene. Mi gongolavo a tal punto che, immancabile, squillò il telefono. Mentre riconoscevo sconsolato il numero della clinica per la quale lavoravo, mi obbligai mentalmente a trovare le parole magiche che mi avrebbero permesso di aiutare il collega di turno, per il quale ero reperibile (poveraccio!!), senza bisogno di uscire dal letto. Dopo 3 squilli di training autogeno ero pronto a rispondere: “Maurizio! Che succede?” dissi col tono più rassicurante che trovai. “Ciao Alessandro, scusa il disturbo, mi dispiace e bla bla bla” “Maurizio! – tagliai corto – vai al sodo ti prego!”.
“Si beh, ci sarebbe da mettere una cannula ad un cane e proprio non mi riesce…”.
“…Maurizio!!! Fammi capire: secondo te io dovrei lasciare il calduccio del mio letto, affrontare il diluvio universale, farmi 15 chilometri di strada, di cui 2 impraticabili, perché tu non riesci a mettere un ago in vena a un cane!?”
“…eh…mi sa di si…”
FANTASTICO!
Mi alzai come una furia, sembravo un pazzo, mi vestii al buio e scesi in strada. La macchina era giusto a 2 secchi d’acqua dal portone e quando la raggiunsi avrei già dovuto tornare in casa a cambiarmi. Salii imprecando e partii a razzo. La strada bianca, complice l’acqua, sembrava più un torrente da rafting e guadai a valle piuttosto che guidare, non senza difficoltà. Nel frattempo pensavo a cosa ci facessi in macchina con quel tempo, solo per aiutare un collega a fare la prima cosa che ci insegnano appena laureati. Per carità: mica è sempre facile, ma da lì a chiamare un collega nel cuore della notte per una stradannatissima cannula. In un cane per giunta, che come minimo pesava 30 chili a aveva vene come autostrade. Eddai!!
Comunque ormai ero arrivato e tanto valeva sbrigarsi: potevo sempre tornare a casa a godermi ancora un po’ il mio rifugio.
Entrai negli ambulatori e capii, mentre rischiavo un infarto: alle 00.30 di un neonato 16 gennaio, l’intero staff della clinica più qualche amico infiltrato mi aspettava intorno a 29 candele accese e una torta.
Ricordo ancora la sensazione esatta che provai: li avrei uccisi tutti.
Ma chi lo batte un compleanno così??

giovedì 31 luglio 2008

Ai confini della realtà


Sono disposto ad ammettere che i miei racconti siano spesso quasi inverosimili, ma voglio rassicurarvi: è tutto vero. Senza questa premessa, non sarete mai disposti a credere alla mia esperienza AI CONFINI DELLA REALTA’ (uuuuuuuuuuuuuuuuh!!!).
Come gran parte delle cose assurde, tutto ebbe inizio in modo assolutamente normale: era un pomeriggio come tanti di primavera. Avendo lavorato la notte precedente, avevo il giorno libero ed ero ben deciso a godermelo: avevo gambe riposate (e giovani, sigh!), pattini logori e una mazza da hokey nuova fiammante. I miei amici erano già sul campo e prometteva di essere una giornata coi fiocchi. Indovinate? DRIIIIIIIIN!! Lo so, oggi non mi sarei mai portato dietro il telefono, ma all’epoca il cellulare era ancora una mezza novità, quindi me ne separavo mal volentieri. “pronto?”, “Dottore sono Silvana, la proprietaria di Ettore, deve correre da me perché ho un’emergenza”. Silvana era di strada, nessun problema quindi: mi sarei fermato da lei, avrei valutato la situazione e, qualora fosse stata seria, avrei suggerito di portare Ettore in clinica. Figurone e partita salva. Arrivai al cancello di Villa Silvana (Giuro!!) e suonai. Da un punto lontano, imprecisato, si diffuse per un istante il lamento di un cane, che si confuse subito dopo con il frinire di una cicala piuttosto insistente. Guardai l’orologio con un certo disagio: 20 minuti per arrivare al campo…l’uggiolare del cane mi arrivò di nuovo, un po’ più forte e tormentoso. Rimasi dunque sbigottito quando il portone della casa si aprì e vidi Silvana ed Ettore venirmi incontro al cancello. Ettore saltellava allegro…ma allora chi piangeva!? Silvana mi aprì il cancellino pedonale, con modi un po’ nervosi, scusandosi perché il comando da casa non funzionava da qualche giorno (il lamento del cane riprendeva a tratti, spezzando la calma del pomeriggio). La padrona di casa non sembrava ansiosa di svelare l’arcano, dunque mi costrinsi a tagliar corto e le chiesi quale fosse il motivo per cui mi aveva chiamato. Fare molta molta attenzione: questa domanda, fatta al momento giusto (e cioè durante la telefonata), avrebbe potuto evitare questo strano evento. Silvana si decise a dirmi che proprio non riusciva a spiegarsi come fosse accaduta una cosa del genere, che non si era mai trovata di fronte ad una situazione così assurda…”e del resto non voglio trasformarla in uno spettacolo da circo - stava dicendo appunto - Qui bisogna essere cauti e ragionare bene sul da farsi. Preparati, perché potresti avere un piccolo shock”. Durante questa conversazione avevamo colmato la distanza tra noi e il lamento, attraversando il giardino e arrivando alla porta della serra. Silvana impugnò la maniglia. Lo ammetto, mi trovavo ormai in uno strano stato di attesa: qualsiasi cosa ci fosse dall’altra parte della porta non poteva che essere straordinaria. Finalmente la padrona di Ettore (anche lui di fronte alla porta, ma incosciente dell’enfasi del momento) esclamò: “oggi stavo passeggiando con Ettore su in collina ed abbiamo incontrato due cani gemelli congiunti!!”. Aprì la porta e il mio rullo di tamburi mentale si trasformo in un rumore di vetri frantumati. Due cani, incredibilmente simili per mole e aspetto, questo devo ammetterlo, se ne stavano piuttosto spaventati in un angolo della serra, cercando di capire cosa sarebbe successo loro. Guardai Silvana, pallida in viso, che iniziava a comprendere. La sua mente tuttavia, troppo eccitata all’idea della scoperta del secolo, si opponeva ancora alla logica dell’evidenza: “Oh che dolore! Per la la paura devono essere riusciti a staccarsi!”. Guardai Silvana come un genitore che debba dire a suo figlio che Babbo natale non esiste. Le feci notare che non c’era traccia di sangue e che, a occhio e croce, i due cani dovevano essere un maschio e una femmina. Tuttavia, se avesse avuto pazienza, di gemelli in quella serra ne avrebbe visti parecchi, anche se magari non congiunti. Silvana mi guardava interdetta e io non volevo che correre a giocare a hokey. Anche se bruscamente riportai, l’affranta donna alla realtà: le dissi che per i cani è normale, alla fine di un…incontro amoroso, rimanere attacati. Non le chiesi, ma avrei voluto, come diavolo avesse fatto a caricarseli in macchina e poi a spostarli nella serra senza separarli. Mi feci invece aiutare a prendere i cani, cercare i tatuaggi (che per fortuna c’erano) e rintracciare i proprietari. Silvana fece quanto le chiesi, solerte, ma contrariata e la capisco: la sua “scoperta” era molto più eccitante della realtà. Per farla breve i due cani vennero restituiti ai rispettivi proprietari, ma non potei prendermi neppure in parte il merito: ero già impegnato a perdere, credo 12 a 5, la mia agognata partita di hokey.
Del resto…l’importante è partecipare…

questione di ... specie

Non potei non farci caso. Avevo la sala d’attesa piena di pazienti accaldati e proprietari innervositi. E lei se ne stava in un angolo, sorridente e tranquilla. E non aveva animali. Mentre facevo accomodare Jean Jacques (vi ricordate di lui? Primo racconto, per gli smemorati) per il controllo mensile, le chiesi se era lì solo per fissare un appuntamento, nel qual caso avrei potuto farlo subito, liberandola dall’attesa. Mi rispose che aveva un po’ di domande e che avrebbe aspettato volentieri. Non la definirei solo bella, direi anzi che a colpire, più del suo aspetto era la serenità che emanava. Ritornai alle miei visite, ma ogni volta che lasciavo entrare un nuovo cliente, mi domandavo quali fossero i dubbi tanto importanti da convincere la padrona di pet più paziente che avessi mai visto a non desistere. Finalmente arrivò il suo turno, la feci accomodare e le chiesi di parlarmi del problema. Laura (che non si chiama così ovviamente) mi rispose chiedendomi se avevo un macchina per fare esami radiografici. “Naturalmente!” le risposi ignaro. “Bene, allora dottore mi deve aiutare”. Campanello d’allarme: iniziai a pensare ad una situazione incresciosa di diagnosi fatta altrove e non condivisa dal cliente il quale, abbandonato il veterinario di sempre, ne cerca uno che possa cambiare le carte in tavola. Intendiamoci: un parere esterno può essere molto utile, ma deve seguire delle norme etiche che qui, visto il tono di segretezza che andava assumendo la conversazione, stavamo per calpestare alla grande. Laura infatti mi stava raccontando di aver perso fiducia nei medici, che si contraddicono continuamente, che mettono sempre in dubbio la buona fede del paziente e vogliono avere sempre l’ultima parola sulla malattia. Ecco, ci siamo! Ora le chiedo la natura del problema e il nome del collega che ha in cura il suo cane o gatto che sia, almeno posso chiamarlo subito ed evitare di fare un danno ancora più grande. “insomma Alessandro - posso chiamarti Alessandro (anche no) - bisogna che tu mi faccia una radiografia al torace, perché ho una costola rotta, ma non voglio più tornare in ospedale”.

…avrei preferito dover difendere cinquecento colleghi. L’immagine fiabesca mi crollò davanti agli occhi e invece della impaurita fanciulla da salvare, mi trovai di fronte una gatta da pelare non male. Si perché alla affermazione: “abuso di professione”, Laura non fece una piega: “ma tanto resta tra noi” disse, “la radiografia la lascio a te e la puoi tranquillamente buttare. Voglio essere solo tranquilla che tutto stia andando bene!”. Certo. E io non vorrei andare in prigione!!
Ragionammo per circa altri venti minuti prima che mi venisse in mente la più galattica delle balle: “Laura guarda, ti aiuterei volentieri, ma le macchine per veterinaria, emettono radiazioni a dosaggi molto più bassi di quelle per le persone, del resto gli animali sono molto più piccoli. Nel tuo caso la radiografia risulterebbe illeggibile”. Mi guardò come se le avessi detto che il sole gira attorno alla terra, ma fece finta di accettare la pietosa scusa. Era ancora incerta mentre ci salutavamo, ma infine mi chiese: “Quindi se mio figlio dovesse avere bisogno, visto che ha 8 anni, te lo posso portare?”.

venerdì 25 luglio 2008

La settimana enigmistica




Forse non tutti sanno che...


"Dottore, ma l'antibiotico scioglie il corpo?"
"No signora, quello e' l'acido"

"Dottore, ma per fare l'anestesia alla mia Sissy me la intuba?"
"naturalmente"
"Ah no! Allora la porto da quell'altro veterinario che le fa una punturina e via!"

Nb: l'anestesia con intubazione e' una tecnica che offre garanzie di sicurezza molto più elevate rispetto a quella senza, in quanto consente un controllo più tempestivo dell'attivita' respiratoria...

Scovate la differenza

"Signora, la gatta deglutisce?"
"No dottore, ingoia e basta"

"Il suo gatto e' castrato?"
"No no dottore, l'avete sterilizzato voi 4 anni fa!"


La sfinge

(ovvero: ma che avranno voluto intendere...)

"Vede signora, il suo cane ha un forte dolore sul posteriore, e per questo non riesce a più a mantenere la stazione eretta".

"....mh...e...con questa terapia che mi ha prescritto, Billy dovrebbe riuscire ad avere un'erezione decente?"

"beh questo non lo so, ma probabilmente riuscirà a stare in piedi"



"Allora, che terapie sta facendo il suo gatto al momento?"

"Minou prende le pasticchine per la pressione e per i reni: la furosemide e il ...il...ah si: il domopak!"