sabato 5 aprile 2008

Distratti si, però...



I gatti maschi, non me ne vogliano perché mi considero uno dei loro più convinti estimatori, secondo me hanno tuttavia un odore un po' troppo penetrante. come dire...praticamente una puzza nauseabonda. E chi si è trovato colpito da una "marcatura" felina sa certamente di cosa parlo. Questa caratteristica è particolarmente forte nei maschi "interi", quelli che invece vengono castrati (e nei gatti di casa è praticamente la norma), quell'odore martellante si attenua fino a scomparire. Per questa decisa tendenza ad avere animali castrati o "neutralizzati" (dovendo tradurre letteralmente dal più onesto inglese) quando un gatto è molto "profumato" ci facciamo immediatamente caso. E così accadde che un giorno, entrando nella clinica dove lavoravo, mi chiesi come facesse a resistere il proprietario della puzzola che doveva essere già in qualche sala visita, visto che io avevo difficoltà a sopportare il terribile odore a metri di distanza. Lasciai l’anticamera e mi diressi verso lo spogliatoio, lungo il corridoio delle sale visita carpii un brandello di conversazione: "…siamo un po' preoccupati perché le nostra due gatte, sorelle, hanno 2 anni e da qualche tempo hanno iniziato a manifestare atteggiamenti promiscui, tanto da abbandonarsi a scene di amore saffico (beh, loro non dissero esattamente così)".

ATTENZIONE! Non me la potevo certo perdere una cosa del genere: entrai con la scusa di salutare Melania (la mia collega che già non sapeva più a quale santo votarsi per non esplodere in una risata) e rimasi a godermi la visita. "e già che ci siamo dottoressa, la più piccina sembra ingrassare a vista d'occhio negli ultimi tempi". Abbandonata ogni speranza di serietà, sghignazzando tra noi, aprimmo la gabbia alla ricerca della facile conferma: la sorella più grande vantava un apparato sessuale maschile di tutto rispetto, mentre la più piccina fu sottoposta ad esame ecografico e la causa dell'obesità si dimostrò essere l'ingombrante presenza di 3 feti quasi a termine gestazione.La coppia di proprietari non ebbe il minimo sgomento; entrambi accolsero la notizia con un grandissimo sollievo: "Avevamo così paura che stessero male".

venerdì 4 aprile 2008

Grasso è bello ma...


Lindo è un pastore australiano di rara giovialità. Uno di quei (pochi) cani che, se avesse una coda, la agiterebbe anche per il veterinario. Ha ormai 6 anni ed è stato per me un grattacapo non da poco.
Quando lo conobbi, cioè all’inizio di questa storia, Lindo pesava 38 kg. Aveva da tempo abbandonato le sembianze di una mortadella a quattro zampe, per abbracciare l’immagine di una cassapanca. Devo dire che la cosa non lo disturbava affatto: la mole non gli impediva di fare le 3 cose che amava di più: mangiare, fare festa a qualsiasi essere vivente e partecipare alle settimanali passeggiate montanare con la sua famiglia. Corpulento, ma felice. Solo che l’obesità non è uno stato di grazia e io sono cattivissimo a riguardo. Così, convinti i proprietari (quattro tra mamma, papà e due “sorelle” maggiori, Flavia e Caterina), iniziammo il “progetto dieta” su un ignaro e scodinzolante Lindo. 6 mesi di tentativi portarono ad una impietosa collezione di insuccessi clamorosi: per tutto il tempo della dieta il largo pastore non accennò neppure una volta a perdere peso. Eppure le avevamo tentate davvero tutte: prodotti del commercio, cucina casalinga, integratori e farmaci.


Niente da fare; Lindo continuava ad ostentare i suoi 38 kg ad ogni visita di controllo. Fu durante uno di questi incontri che, scaturì l’idea (purtroppo non mia, ma di Flavia). Partimmo dall’istinto: Lindo, come ogni pastore, aveva ed ha un poderoso senso del gregge, tanto che nelle escursioni di fine settimana (un vero appuntamento fisso per tutta la famiglia) costringeva il gruppo a mantenere il passo “comodo” della mamma, per timore di perdere qualche componente. L’idea di Flavia (visto? Non ho rubato la paternità) consisteva quindi nello “scompattare” la famiglia, durante le camminate nella speranza che, colto da istinto, Lindo iniziasse a fare la spola tra le due sorelle e i genitori, incrementando così l’esercizio fisico. Oggi Flavia e Caterina partono 20 minuti dopo i genitori e, quando li raggiungono, Lindo ha già percorso un bilione di volte la distanza tra i due gruppi di montanari. Certo, mangia ancora come una cassapanca, ma pesa 29 chili e anche come mortadella inizia ad essere poco credibile.

martedì 1 aprile 2008

Vittima e carnefice



Che esistano animali considerati infestanti è un dato di fatto. Che questi animali possano davvero essere una piaga per chi ci deve fare i conti è altrettanto noto.
Zanzare, cavallette, formiche, topi.
Topi. Tutti inorridiamo all’idea di un roditore indesiderato che fa “razzia” delle nostre scorte di formaggio. E le aziende di settore, di questo nostro orrore si nutrono, inventando sistemi quanto mai elaborati (ed efferati) per disfarci degli invasori. Ma un elemento che non viene preso in considerazione MAI o quasi, in questi sistemi di sterminio è che a volte il carnefice fa marcia indietro dal proprio intento di epurazione. E può succedere. Anzi succede o meglio: successe una mattina di qualche anno fa quando, entrando in ambulatorio, trovai in sala d’attesa un viso particolarmente ansioso. Un signore che apparentemente non aveva condotto a visita il proprio animale, ma aveva un inquietante sacchetto di plastica accanto a sé. Bianco. Ad un’osservazione appena più accurata mi resi conto che il sacchetto si muoveva sommessamente. Mi cambiai in un lampo: qualsiasi animale ci fosse, sicuramente la permanenza in una busta di plastica non gli avrebbe giovato particolarmente. Feci accomodare subito il cliente che, un po’ imbarazzato, quando gli chiesi quale fosse il problema, senza pronunciar parola, estrasse una tavoletta di legno dove annaspava tra la colla un topolino di 4-5 centimetri. Dopo qualche istante di silenzio imbarazzato per entrambi, il cliente mi disse che si era pentito di aver messo in casa una trappola tanto crudele e mi chiedeva di salvare quel povero topino che probabilmente in quel momento stava mentalmente implorando che qualcuno salvasse il pezzo di formaggio (anch’esso incollato) pochi centimetri più in là; ancora oggi me lo immagino prendere la parola per dire: “non pensate a me: salvate lui salvate LUI!!!!”. In buona sostanza ammetto di aver fatto una filippica al pover’uomo che forse neppure immaginava quanto potesse essere brutto veder morire un animale ma il tempo stringeva: la colla moschicida (o ratticida…solo il nome dovrebbe far venire i brividi) faceva sempre più presa, cosicché assolsi dopo averlo condannato (in entrambi i casi senza diritto) il malcapitato conduttore del topo e con Andrea (collega che ancora mi manca per la serenità con cui affrontava ogni avventura) iniziammo un intervento che mai avrei creduto tanto ingrato: se costruissero le case con quella dannata colla, credo che non ci sarebbe più bisogno di ristrutturazioni. La prima operazione fu quella di inserire una tavoletta metallica tra topo e legno, da quella riuscimmo a disimpegnare il povero topo che, a titolo di vendetta, mordeva qualsiasi dito gli capitasse a tiro. A quel punto sottoponemmo il mantello del roditore a corroboranti frizioni di olio d’oliva, alcool etilico e sapone. In circa 4 ore il topo sembrava appena uscito da un salone di bellezza, cotonato e imbellettato. A quel punto Andrea ed io ci prendemmo una meritata pausa per cercare un’oasi felice (e lontana da abitazioni rischiose) per il povero roditore. Lo liberammo e ci saremmo aspettati una fuga a perdifiato, invece il topino (probabilmente per gli effetti dell’alcool, che tra le altre cose lo aveva reso moooooooolto più collaborativo dell’inizio) si guardò “felice” attorno, annusò l’aria e cominciò a passeggiare allegramente tra il fogliame, alzandosi ad annusare l’aria forse per capire dove si trovasse o, magari, per assaporare l’insperata conclusione di quella terrificante avventura.



Per il formaggio purtroppo non ci fu nulla da fare.

martedì 4 marzo 2008

Questione di vita o di morte!

Per questo piccolo racconto devo tornare con la memoria alle prime incoscienti esperienze notturne nella clinica in cui ho iniziato la professione. Immergermi nuovamente in quelle sensazioni strane che assalgono quando ti trovi a camminare per le stanze vuote, dell’ambulatorio, attento a verificare che tutto sia in perfetto ordine per l’emergenza (non mi devo addormentare!!) che appena chiudo gli occhi arriverà per certo. Quelle stesse stanze che di giorno sono troppo piccole, affollate di persone e animali, la notte si ammantano di un silenzio irreale, gli spazi si dilatano. Credo che la stessa sensazione la potrebbe dare un supermercato vuoto..
Ancora un giro per verificare che i macchinari siano tutti accesi: gli alleati pronti a dare il proprio contributo quando infine (Non devo chiudere gli occhi!!) attirerò l’emergenza cedendo alle lusinghe di Morfeo. Non ci devo pensare, ancora un giro di verifica. I farmaci d’emergenza sono ben allineati e promettono di farsi trovare quando dovrò evocarne la magia. Ok ok è tutto DAVVERO in ORDINE. Posso chiudere e tornare di sopra. Lascio una luce accesa, la guida quando dovrò scendere freneticamente sotto i colpi di campanello dell’emergenza (non azzardarti a dormire: puoi esserne certo: lei è lì che ti spia. Aspetta solo che tu chiuda gli occhi).

Alla fine mi decido, chiudo il portone dell’ambulatorio, affretto il passo sulle scale perché è l’una, fa anche un po’ freddino. Arrivo alla stanza del medico di guardia, la stufina elettrica sta facendo il suo lavoro egregiamente e mi siedo sul divano. Ho con me un paio di libri, che le notti tranquille servono anche a studiare. ATTENZIONE!! Accendo la tv che c’è la maratona di Star Trek, quello con Kirk. Sono salvo! L’attenzione è assicurata e tanti saluti a Morfeo. Supero in scioltezza il primo episodio (che da piccolo mi faceva paura e ora mi viene da ridere a guardare quei ridicoli costumi…ma in fondo un po’ di paura me la fa ancora e sono contento!). Beh però ora mi metto comodo e mi sdraio nel sacco a pelo. Inizia il secondo episodio e io inizio a sentirmi intorpidito, ma ce la faccio ancora a restare sveglio: è Star Trek! Scivolo in un sogno in cui sono membro dell’equipaggio e va alla grande: questa notte ci scappa anche un viaggetto nello spazio. All’improvviso succede qualcosa e parte la sirena sull'Enterprise. Solo che il rumore non somiglia affatto all’allarme dell'enterprise. Suona più come un telefono. Oh cavolo!! No! Mi sono addormentato!!
Svegliati svegliati svegliati!
Apro gli occhi a fatica, cercando punti di riferimento, o il telefono non lo troverò mai. Schiarisco 10 volte la gola per evitare di sembrare uno zombie, guardo l’orologio…sono le 3 e mezza, mi preparo al peggio: torsione gastrica? Un cesareo? Crisi epilettica! Trauma da investimento, no sarebbe successo prima...beh magari l’hanno ritrovato solo ora. “Clinica veterinaria, mi dica” (rispondo col tono di uno sveglio e affaccendato e intanto sudo freddo). “Si dottore mi scusi il disturbo, ma ho visto sul libretto che il mio cane doveva fare il richiamo la settimana scorsa. Potrei venire domani mattina a fare la puntura?”

mercoledì 20 febbraio 2008

Trucchi del mestiere

Ogni professione nasconde mille insidie quotidiane che nessuno insegna ad affrontare. Piccole e grandi difficoltà che richiedono capacità di adattamento ed improvvisazione, come dimostra la difficile situazione di oggi: stavo per sottoporre Lucky ad una ecografia
...ma non avevo contemplato l'elemento coda...

Per fortuna tutto si è risolto per il meglio!!

martedì 5 febbraio 2008

Il gatto invisibile

Che i gatti siano dotati di superpoteri è indubbio. C’è chi dice vedano cose che noi non percepiamo, chi pretende una certa preveggenza e molto altro. Io sono incline a credere che il gatto possieda poteri magici, ma mai avrei creduto che tra questi rientrasse il dono dell’invisibilità, almeno non prima di conoscere “Io”.

Il gatto “Io” vive con il fratello “Tao” presso una deliziosa famiglia poco lontano dal mio ambulatorio. Per la stazza dei due felini, sono io a recarmi a casa loro piuttosto che smuovere la montagna verso di me. In una delle mie visite fui testimone dell’evento che ho battezzato: “La sparizione felina” (dovreste leggerlo con voce tuonante e spaventevole). Pioveva quando finii le visite del giorno ed iniziai il giro delle domiciliari, vista la vicinanza decisi di andare a piedi, ombrello munito. Entrai in casa e riposi il mio alleato contro la pioggia in un grande vaso accanto alla porta. Venni fatto accomodare in cucina dalla proprietaria: lì avrei visitato e vaccinato i due gatti. Tao si presentò impavido e curioso alla visita ed iniziai con lui, mentre marito e moglie cercavano Io. Finii l'esame clinico, iniettai il vaccino e spedii un serafico Tao verso la ciotola del cibo. I padroni di casa invece rientrarono nella stanza visibilmente preoccupati: da nessuna parte c’era traccia di Io. Ho dimenticato di dire che l’appartamento dei miei clienti è al secondo piano di un piccolo palazzo. Niente terrazze né balconi, finestre sempre chiuse…un bunker praticamente. L’unica spiegazione era che il micio fosse fuggito per le scale al mio arrivo. Improbabile, ma possibile.
Perlustrammo inutilmente tutto il palazzo e rientrammo infine sconfitti. Cercammo ancora, questa volta in modo sistematico, dentro casa. O V U N Q U E. Negli angoli più bui, sotto i mobili. Niente. Era come se in quella casa ci fosse sempre stato solo un gatto. I proprietari erano sconcertati, mentre io dissimulavo tranquillità, dicendo che “Io” sarebbe riapparso, appena “io” fossi sparito.
Indugiai ancora qualche minuto, ma alla fine mi arresi alla sparizione.
Non restava che prendere le mie cose ed andare a mettermi in attesa davanti al telefono. Raccolsi siringa usata, oto e fonendoscopio, chiusi la borsa e mi mossi verso la porta.
Quando ripresi l’ombrello dal grande vaso all’ingresso mi trovai “fissato” da due occhi enormi che brillavano attraverso il collo del portaombrelli. Immobile il gatto affrontava la propria sconfitta.
“Io!” esclamai tra le risate dei proprietari (tutti i presenti erano decisamente sollevati, io per primo). Il povero gatto rispose con un poco convinto “miao”. “Per tanta astuzia – proseguii – meriteresti clemenza”.
Ma lo vaccinai lo stesso..

lunedì 4 febbraio 2008

Ci vuole stomaco!!



Di questa storia parlo con una punta di amarezza, un po' perché mi riporta ai convulsi giorni prima della laurea (nostalgiaaaa), un po' perché il protagonista, poco dopo gli eventi che vi racconterò, se n'è andato a causa di un incontro automobilistico troppo ravvicinato.
Il nostro eroe è Tetsuya, gatto nero con il petto bianco, a pelo lunghissimo, muso appuntito. Occhi verdi. Bellissimo. Un gatto quasi privo del senso della sazietà.
Abitavamo all'epoca, al pian terreno di una bifamiliare. la cucina aveva una strettissima finestrella, quasi su misura per un gatto. E Tetsuya la usava volentieri per autoinvitarsi, soprattutto durante le sessioni culinarie di mia madre. Quello che davvero piaceva al diabolico felino era sgraffignare il cibo e poi indugiare sul luogo del delitto con aria innocente, segretamente compiaciuto delle proprie prodezze di ladro. Sono due gli eventi emblematici a riguardo, tra l'altro molto vicini nel tempo.
Eravamo a pochi giorni dal mio ultimo esame (giugno del 1999) e quindi io ero barricato in casa a studiare quando, con la coda dell'occhio, vidi un polpo che passeggiava sul nero pavimento del corridio. Per quanto sia vero che il caldo e la tensione giocano brutti scherzi, un polpo a spasso per casa non rappresenta un'allucinazione plausibile. Mi alzai di corsa intuendo cosa stesse accadendo e colsi Tetsuya in flagranza di reato: il nero gattone aveva rubato dal lavandino della cucina un polpo che mia madre aveva appena lavato e ora cercava un luogo tranquillo dove far sparire la preda...nel proprio stomaco. il polpo fu invece recuperato dal sottoscritto e, a patto di collegare questo evento con il successivo, se ne desume che Tetsuya imparò la lezione, mia madre e io no! trascorsero infatti pochi giorni e, ciabattando per le stanze della casa recitando ad alta voce tutte le malattie infettive del cavallo, notai una larga macchia nera su uno dei divani. Una macchia non inconsueta visto che Tetsuya veniva quasi quotidianamente a proteggersi dalla calura estiva in casa nostra, ma questa volta era insolitamente immobile; mi avvicinai per osservare meglio il felino e mi sorprese l'assoluta apatia con cui questi si fece toccare, spostare persino! Qualcosa non andava e , essendo ormai prossimo alla laurea, elaborai mentalmente una apocalittica lista di diagnosi differenziali. Tetsuya nel frattempo mi guardava implorante aiuto. Provai a testare il suo appetito con una fetta di prosciutto cotto (si! e lo rifarei!!) e mi vidi respingere l'offerta con espressione quasi disgustata. Inutile di re che mi sentii morire: se Tetsuya rifiutava il cibo doveva essere successo qualcosa di grave. Ero ancora lì che cercavo di capirci qualcosa, quando rientrò mia madre la quale, appena entrata in cucina chiese: "che fine ha fatto il carpaccio di manzo che avevo messo a scongelare? era quasi mezzo chilo!".


Mi sarebbe piaciuto finire qui il racconto ma ci sono ancora un paio di cose da dire: quella è stata l'ultima volta che vidi Tetsuya vivo e, sebbene non fosse il "mio" gatto, non so dirvi quanto mi manchi ancora oggi e (questo è il ricordo che conservo più volentieri), dopo circa tre ore di "coma digestivo", il gatto si riprese e mangiò di buon grado il prosciutto cotto...